Nave dei veleni e rifiuti tossici in Calabria. Intervista al sottufficiale forestale Gianni De Podestà che indagò con De Grazia

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images Nave dei veleni e rifiuti tossici in Calabria. Intervista al sottufficiale forestale Gianni De Podestà che indagò con De Grazia
Il luogotenente dei Carabinieri Forestali Gianni De Podestà

Ha lavorato con il magistrato Francesco Neri e anche direttamente con Natale De Grazia. Ha indagato, per conto della Procura di Asti, anche sul caso dell'omicidio Alpi-Hrovatin e delle rotte navali per la Somalia, è stato sentito più volte dalla Commissione Parlamentare d'Inchiesta sui ciclo dei rifiuti

  12 ottobre 2021 19:24

di PAOLO CRISTOFARO

Fusti, discariche, traffici illeciti, rotte marittime, sostanze tossiche e radioattive, interramenti, mafie, servizi deviati, omicidi. Siamo negli anni '90. Siamo negli anni difficili delle stragi in Italia, negli anni della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia, della morte del capitano calabrese Natale De Grazia. Siamo negli anni in cui si inizia ad indagare su traffici di rifiuti illeciti, via terra e via mare. Discariche nascoste e inquinamento, navi che affondano senza lasciare traccia. In questo contesto hanno iniziato ad operare, con la spinta di coraggiosi magistrati, investigatori di diverse procure d'Italia. Uno di questi è il luogotenente del Carabinieri Forestali (al tempo Corpo Forestale), Gianni De Podestà, da pochi anni in congedo. Collaboratore di più procure (Milano, Asti, Cremona, Brescia, Reggio Calabria) si è occupato di delicate indagini sulle navi dei veleni e sul traffico di rifiuti tossici. Ha lavorato con il magistrato Francesco Neri e anche direttamente con Natale De Grazia. Ha indagato, per conto della Procura di Asti, anche sul caso dell'omicidio Alpi-Hrovatin e delle rotte navali per la Somalia, è stato sentito più volte dalla Commissione Parlamentare d'Inchiesta sui ciclo dei rifiuti. Di questo si occupava e di questo ha accettato di parlare con La Nuova Calabria

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Come ha iniziato ad occuparsi di queste tematiche investigative e in che modo ha incontrato vicende calabresi nella sua indagine?

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“Sono temi ai quali ho iniziato a lavorare già alla fine degli anni Ottanta. Dal 1993 ero al Nucleo Operativo del Corpo Forestale di Brescia e ci occupavamo delle indagini sul traffico di rifiuti nel Nord Italia, in particolare in Lombardia. La Calabria l’ho incontrata indagando. Seguivamo molte piste italiane del traffico di rifiuti, anche radioattivi, soprattutto dal Nord verso il Sud, Campania e Calabria soprattutto. Seguendo queste piste ho conosciuto il territorio calabrese e in particolare la zona dell’Aspromonte.”

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(L'ex Pm di Reggio Calabria, Francesco Neri)

Come entrò in rapporto con il magistrato Francesco Neri, di Reggio Calabria?

“Neri ricevette un esposto da Legambiente sui traffici di rifiuti nell’area di Reggio Calabria. Fece un primo passaggio rivolgendosi all’ispettore Claudio Tassi, con cui ho collaborato. A quel punto Tassi lo indirizzò verso il nostro ufficio di Brescia, perché avevamo maggior materiale investigativo relativo ai traffici di rifiuti e ai trasporti illeciti in tutta Italia e verso il Sud.

(Il capitano Natale De Grazia)

Lei ha conosciuto Natale De Grazia e ci ha anche lavorato, giusto? Come lo ha conosciuto?

“Lo incontrai in occasione di riunioni di coordinamento, tra noi, Neri e altri investigatori. La prima volta ci incontrammo nell’ufficio di Neri. Il mio colonnello era Rino Martini. C’era anche il Comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Reggio Calabria quella volta. Sarà stato l’aprile del 1995. Anche se ci vedemmo solo tre volte, sentivo spesso De Grazia, ci tenevamo aggiornati. Venne anche lui da noi, facemmo delle perquisizioni.”

Cosa vi chiese di cercare Neri?

“Ci chiese notizie specifiche sui traffici che avevamo seguito. Ce lo chiese coinvolgendo anche il Procuratore nazionale antimafia, Siclari (ndr Bruno Siclari, Procuratore nazionale dal 1992 al 1997), perché per Neri la vicenda doveva interessare tutti. Per Neri redigiamo una relazione. Era la primavera del 1995.”

Cosa trovaste?

“Studiammo alcuni dei traffici illeciti, che finivano in Calabria. Ricordo nello specifico il caso di due discariche: Condofuri e Melito, perché ci andai io stesso a controllare. Al Nord, in Lombardia, c’era l’emergenza rifiuti ed era necessario portarli fuori regione, seppur fosse vietato. Parliamo anche di rifiuti solidi urbani quindi, che venivano trasportati verso Sud nottetempo. Ovviamente in questi trasporti, tra i rifiuti normali, si celavano quelli speciali, radioattivi anche. Segnalammo diverse piste che Neri ritenne buone. Avevamo trovato, eseguendo perquisizioni per conto della Procura di Milano, intermediari che operavano per società svizzere, con impresari anche italiani – all’epoca seguivamo una pista anche per il pool di "Mani pulite" – e trovammo, in relazione a quelle società, appunti su rifiuti, scorie nocive, verniciature e sostanze radioattive. Molte finivano al Sud.”

Quando vi occupaste della prima nave?

“Il primo caso che ricordo fu nel 1994, per conto della Procura di Cremona. Seguimmo la vicenda di una nave diretta a Tunisi, che però trasportava 10mila fusti di sostanze nocive. Alcune finivano anche oltreoceano, altre in Africa. L’allora Procuratore di Cremona, poi divenuto presidente della Corte d’Appello, approvò quel nostro sistema investigativo e ci disse di continuare.

Che collegamento ci fu poi tra le vostre indagini, quelle di Neri a Reggio Calabria e le navi?

“Neri era particolarmente interessato alle navi che partivano da La Spezia. Tra gli anni Ottanta e Novanta diverse navi partirono dal Nord Italia dirette a Sud e nel Mediterraneo. Servivano per smaltire vernici, solventi esausti, prodotti farmaceutici, di aziende sia del Nord che del Centro Europa. Celebre il caso della nave Rigel. Molte compagnie navali ambigue erano state segnalate da associazioni di tutela ambientale come sospette. Ricordo il caso di una società sulla quale indagammo, la “Jelly Wax”, società di Opera. Ricordo che molti rifiuti partiti dal Nord avevano su carta come destinazione formale la discarica di Condofuri, nel Reggino, ma lì non arrivarono mai. Venivano smaltiti in siti illeciti, interrati o forse in mare. Con Neri scambiavamo informazioni continue.”

(Il porto di La Spezia)

Ha detto che uno dei porti nevralgici per il traffico illecito era La Spezia. Lei, il colonnello Martini e il suo collega Tassi avevate un informatore a La Spezia vero? Nei verbali delle commissioni parlamentari d’inchiesta è riportato con il curioso pseudonimo “Pinocchio”. Come entraste in contatto?

“La fonte fu portata dall’ispettore Claudio Tassi.”

Era una fonte civile o militare? Era informato di fatti specifici?

“Era un civile con un passato militare a La Spezia, nella Marina. All’epoca indagavamo sulla vicenda della discarica Pitelli, c’era una questione di interessi intaccati. La nostra fonte fornì a Tassi informazioni confidenziali sul traffico di rifiuti verso Sud Italia.”

Prima di morire il capitano De Grazia stava andando proprio a La Spezia. Lei si ricorda cosa stesse andando a fare?

"Doveva fare una ricostruzione di alcune rotte marittime e poi acquisire documenti. Aveva appuntamento anche col mio collega, Claudio Tassi. Ci saremmo trovati in seguito a Brescia per lavorare ai dati che lui avrebbe dovuto raccogliere. Così ho saputo io, poi non so."

E dopo la morte di De Grazia qualcuno acquisì quei documenti?

“Io personalmente no. Non so se altri li abbiano acquisiti.”

Come finirono le vostre indagini su questi temi poi?

“De Grazia morì a dicembre 1995. Sempre alla fine del ‘95 il colonnello Martini lasciò il Corpo Forestale per dedicarsi ad altro. Il fascicolo di Neri, a Reggio Calabria, passò ad un altro Pm e poi subentrarono i Carabinieri ad occuparsi di quella vicenda che poi sarebbe definitivamente rimasta al NOE. Noi non fummo più interpellati.”

(I magistrati Bruno Siclari e Felice Casson)

Avete mai notato ostacoli nelle vostre indagini? Di tipo amministrativo o magari interferenze militari? Avete notato qualche difficoltà nell’acquisire documenti?

"Le dirò, io personalmente no. Un mio collega però, nel corso di una perquisizione a Roma sì. C'eravamo ritrovati nella nostra base logistica a Fiano Romano, c’era anche il capitano De Grazia, il colonnello Martini, l’ispettore Tassi, i pm Casson, Paci, Neri e Cordova (quello di Palmi, al tempo era a Napoli). Ci siamo divisi in piccole squadre, per fare delle perquisizioni. Quel collega che le dicevo, si chiamava Stival (ndr William Stival, ex assistente del Corpo Forestale), capitò in squadra con De Grazia e dovevano perquisire casa di un ammiraglio della Marina Militare. Pare vi fossero documenti su rotte navali che interessavano De Grazia. In quel caso il collega riferì di un comportamento non corretto da parte di un comandante dell’aliquota operante. Ma non so dirle di più."

(La giornalista del TG3 Ilaria Alpi in Somalia)

Lei indagò personalmente anche sui traffici con l’Africa e sulla vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia?

“Sì, esatto. Ho lavorato per la Procura di Milano, con il Pm Romanelli e per quella di Asti con il Pm Tarditi. Indagavamo su varie rotte e sul progetto "Urano", sul traffico tra Europa, Marocco, Somalia e Corno d’Africa. Molti rifiuti radioattivi provenivano dall’Italia, ma anche dalla Germania, dalla Francia e da altri paesi europei. Spesso venivano utilizzati soggetti italiani, intermediari, con aziende la cui sede legale era nel Ticino o in Liechtenstein. Erano società fantasma create appositamente per trafficare rifiuti tossici.”

I soggetti italiani che ruoli avevano? E le mafie?

“Molti intermediari erano italiani. La criminalità metteva a disposizione i dati sulle rotte che utilizzavano di solito per il traffico internazionale di stupefacenti. Le navi dei veleni percorrevano le stesse rotte fornite dai sodalizi criminali. Interrogammo una volta un collaboratore di giustizia a Milano che parlò di famiglie anche di ‘ndrangheta. Erano organizzazione già allora radicate in Lombardia direttamente.”

(L'imprenditore italiano Giancarlo Marocchino, fu lui il primo ad accorrere sul luogo dell'omicidio Alpi-Hrovatin)

All’audizione in commissione d’inchiesta lei parlò di un’intercettazione relativa alla Somalia, al caso Alpi e al ruolo di Giancarlo Marocchino, personaggio chiave nelle vicende somale (aveva una società privata di trasporti e logistica, fornendo supporto anche al contingente italiano). Di che si trattava?

“Intercettammo alcune conversazioni satellitari tra Giancarlo Marocchino ed altri soggetti. Nel momento in cui il contingente militare italiano stava lasciando la Somalia, Marocchino parlava di documenti da prelevare all’ambasciata italiana di Mogadiscio. Il Pm con cui lavoravamo, sentite le intercettazioni, aveva chiesto anche il fermo per i soggetti interessati, ma la pratica venne presa in carico dalla Procura di Roma, che esonerò quella di Asti per cui lavoravo. Ci dissero che queste questioni erano di loro competenza, trattandosi di vicende internazionali. L’indagine su Marocchino passò a Roma. Noi poi non sapemmo più nulla.”

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