Nicola Priolo e la filosofia del ritorno: "La Calabria si porta dentro"

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  25 agosto 2026 17:27

Riceviamo e pubblichiamo

C’è il tempo del luogo in cui si vive, con le sue regole, i suoi ritmi, le sue abitudini. E c’è il tempo della Calabria, che non scorre: si deposita. È un tempo geologico, fatto di strati, di sedimentazioni, di memorie che non evaporano. Quando si torna, non si entra in un luogo: si entra in un tempo. Il rientro è un rito di passaggio che si ripete ogni anno, ogni stagione, ogni volta che la vita lo permette. È un rito che non ha bisogno di cerimonie perché è esso stesso una cerimonia. Le strade che si riempiono, le valigie che si aprono, le case che si riattivano, le voci che tornano a circolare come acqua in un sistema di canali antichi. Ogni rientro è una riaccensione: la Calabria si illumina quando i suoi figli tornano, come se riconoscesse la loro presenza e volesse restituire loro qualcosa che avevano lasciato lì, sospeso.

E poi c’è la partenza, che è l’altra metà del rito. La partenza non è mai un distacco: è una forma di continuità. Chi parte dalla Calabria non la lascia: la porta con sé. La Calabria è una regione che non si abbandona, perché non è fatta solo di geografia. È fatta di relazioni, di gesti, di memorie incarnate. È fatta di un modo di guardare il mondo che non si disimpara. Anche quando si vive altrove, la Calabria resta una lente attraverso cui si osserva la vita.
Io vivo questa doppia appartenenza, abito e lavoro in Belgio, ma la Calabria non è solo un luogo che visito: è un luogo che mi accompagna. E quando torno in ottobre, lo faccio ogni anno, non torno solo per le interviste, le presentazioni, gli incontri. Torno per riallinearmi. Torno per ritrovare una parte di me che altrove non si manifesta. Torno per respirare un’aria che non è solo aria: è memoria, è identità, è radice.

Ottobre in Calabria è un mese che non si può spiegare a chi non lo ha vissuto. È un mese che non ha la violenza dell’estate né la malinconia dell’inverno. È un mese che vive in una sospensione perfetta. Le luci diventano più basse, più oblique, più intime. I colori si scaldano, si addensano, si fanno profondi. Le colline sembrano rallentare, come se sapessero che sta per cambiare qualcosa. Il mare diventa una superficie di pensiero, una pagina su cui si può scrivere senza fretta. Ottobre è un mese filosofico. Un mese che invita alla riflessione, alla memoria, alla contemplazione. Un mese che non chiede nulla e offre tutto. E io ci tornerò, attraversando un salto di stagione che è anche un salto di identità. Dal Belgio alla Calabria, dal Nord al Sud, dalla luce verticale alla luce obliqua, dal ritmo veloce al ritmo lento. Ogni volta che faccio questo passaggio, compio un gesto che non è solo geografico: è esistenziale. È un gesto che mi permette di vivere due vite senza tradirne nessuna. Chi vive tra due luoghi non è diviso: è ampliato. Non è sradicato: è radicato in due terre. Non è in transito: è in espansione. La filosofia del rientro è la filosofia del pendolo. Un pendolo che non oscilla tra due estremi, ma tra due centri. Due centri che non competono, ma si completano.

La Calabria ti dà la profondità, il Belgio ti dà la prospettiva. La Calabria ti dà la memoria, il Belgio ti dà il futuro. La Calabria ti dà la lentezza, il Belgio ti dà il ritmo. La Calabria ti dà la radice, il Belgio ti dà il vento.
E si vive in questo equilibrio, in questa oscillazione che non è instabilità ma ricchezza. Ogni ritorno è un atto di riconciliazione con ciò che si è stati. Ogni partenza è un atto di fiducia in ciò che sarai. Ogni rientro è un atto di gratitudine verso ciò che ti ha formato. Ogni ritorno in Belgio è un atto di responsabilità verso ciò che stai costruendo.

La Calabria non è un luogo che si lascia. È un luogo che si porta. E il Belgio non è un luogo che si subisce. È un luogo che si abita. Chi vive così sviluppa una filosofia che non si insegna nelle scuole. È una filosofia che nasce dal corpo, dalla memoria, dalla geografia interiore. È una filosofia che si costruisce camminando, tornando, partendo, ritornando ancora.

È la filosofia del ritorno come forma di conoscenza. La filosofia del distacco come forma di radicamento. La filosofia del viaggio come forma di identità. E in questa filosofia, chi, come me, si è degli interpreti naturali. Un narratore che vive ciò che racconta. Un viaggiatore che non si muove per fuggire ma per comprendere. Un uomo che ha due stagioni, due luci, due ritmi, e che non deve scegliere perché li abita entrambi.

Nicola A. Priolo (autore del libro Calabria grecanica)