Nuccio Loreti, artista ed artigiano del ferro e dell’acciaio: “Il ferro non è più materia: diventa linguaggio”

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images Nuccio Loreti, artista ed artigiano del ferro e dell’acciaio: “Il ferro non è più materia: diventa linguaggio”


  08 novembre 2026 17:27

Dall'esperienza di “Petrus” alla ricerca sul rapporto tra materia, spazio e memoria. L’artista catanzarese racconta il suo percorso artistico ed il legame con Catanzaro e la Calabria.

 

di FRANCESCO IULIANO

Dal ferro all'acciaio, dalla materia alla memoria. È attraverso la scultura che Nuccio Loreti, artista e artigiano catanzarese, ha costruito negli anni un percorso personale, fatto di ricerca, sperimentazione e attenzione al territorio. 

Un lavoro iniziato nel 2017 e sviluppatosi tra installazioni, opere pubbliche e progetti legati alla storia e all'identità della città. 

Oggi Loreti continua a interrogarsi sul ruolo dell'arte contemporanea e sulla capacità di una comunità di riconoscere e valorizzare le proprie risorse. 

In questa intervista racconta il suo rapporto con la materia, il significato del suo laboratorio ed il legame tra arte, memoria e territorio.

Catanzaro è il luogo in cui Nuccio Loreti è nato ed ha scelto di vivere, lavorare e costruire il proprio percorso artistico. Dal ferro e dall’acciaio, sono nate opere che nel tempo hanno incontrato piazze, spazi pubblici e luoghi della città, intrecciando arte, memoria e identità. 

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Dal 2017, con la realizzazione di “Petrus”, Loreti ha portato la sua ricerca fuori dal laboratorio, confrontandosi con il territorio e con la sua storia. Oggi, guardando ad una città che discute di rilancio, centro storico, cultura e turismo, l’artista pone una questione precisa: quanto siamo capaci di riconoscere e valorizzare ciò che già possediamo? 

Dal rapporto con Catanzaro al ruolo dell’arte nella crescita della comunità, fino al progetto dedicato a Rachele e Saverio, Loreti racconta la sua idea di una città capace di trasformare la propria memoria in futuro.

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Il suo percorso artistico nasce dal rapporto con il ferro. Quando ha capito che quella materia poteva diventare il suo linguaggio?

È stato un processo naturale. Dico spesso che non sono stato io a cercare il ferro, ma il ferro a cercare me. Attraverso il lavoro ho imparato a conoscerlo e a trasformarlo. Oggi il ferro e l'acciaio sono gli strumenti con cui riesco a dare forma alle mie idee.

Nelle sue opere il vuoto ha un ruolo importante quanto la materia. 

Il vuoto permette all'opera di essere completata da chi la osserva. Mi interessa il rapporto tra pieni, vuoti, linee e spazio. È da questo confronto che nasce quella che definisco la mia “interferenza”.

Nel 2017 “Petrus” ha segnato un momento importante del suo percorso. Cosa ha rappresentato quella scultura?

È stata l'inizio di un percorso. Portare una grande scultura in acciaio all'interno della Casa Comunale, significava portare l'arte contemporanea dentro uno spazio istituzionale, ma soprattutto dimostrare che anche un artista del territorio poteva costruire qualcosa capace di dialogare con la città.

Lei insiste molto sulla necessità di valorizzare gli artisti e le risorse locali. Cosa manca oggi alla Calabria?
Forse la capacità di riconoscere ciò che già possiede. In Calabria ci sono persone che studiano, lavorano, creano e producono cultura. Prima di cercare soluzioni altrove dovremmo imparare a guardare meglio ciò che abbiamo. Una città cresce anche quando riesce a valorizzare i propri talenti.

Uno dei suoi progetti riguarda Rachele e Saverio, una storia legata alla memoria di Palazzo De Nobili. Come nasce questa opera?

Nasce dal desiderio di trasformare una storia della città in una presenza concreta. Ho immaginato due figure separate da una finestra e da un vuoto. Quel vuoto rappresenta ciò che non hanno potuto vivere. Vorrei che la scultura potesse essere realizzata e collocata davanti a Palazzo De Nobili, nel luogo legato alla loro storia.

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Il suo laboratorio è un altro elemento centrale della sua ricerca. Che cosa accade quando si chiude alle spalle quella porta?

Il laboratorio per me è un rifugio. È il luogo in cui il rumore esterno si spegne e la materia cambia significato. Il ferro non è più soltanto ferro, così come il legno e il colore diventano strumenti per esprimere qualcosa. È lì che mi perdo e, allo stesso tempo, mi ritrovo.

Dopo quasi dieci anni di attività, quale direzione vede davanti a sé?

Continuare. Credo che la vera differenza non la faccia la fiamma di un momento, ma la perseveranza. Il mio obiettivo è continuare a creare e lasciare attraverso le opere dei segni nel territorio. Se una scultura riesce a raccontare una storia e a lasciare qualcosa a chi la guarda, allora il lavoro dell'artista ha raggiunto il suo scopo.

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