
di CATERINA MURACA
Il Cinema Teatro Comunale ha ospitato la premiere del docufilm Nyumba, primo appuntamento del percorso “Calabria significa casa”, promosso dall’associazione culturale Incroci in collaborazione con Indaco Film e il Comune di Catanzaro. Un evento intenso e partecipato che ha unito istituzioni, mondo del volontariato, cinema e cittadinanza nel segno dell’accoglienza.
L’iniziativa inaugura dodici tappe in tutta la regione ed è dedicata ai 94 migranti che il 26 febbraio 2023 persero la vita a Steccato di Cutro e alle oltre 30mila vittime dei viaggi della speranza, quel “cimitero Mediterraneo” che continua a interrogare le coscienze.
Il progetto Nyumba – “casa” in Swahili – nasce da un’idea della sceneggiatrice Paola Bottero, che firma il testo del docufilm diretto dal regista Francesco Del Grosso e prodotto da Indaco Film con il sostegno della Calabria Film Commission.
Il film intreccia le storie di cinque migranti Abdulaye, Alex, Hafsa, Moussa, Sisì sulla spiaggia di Cutro, un intreccio tra il racconto corale del viaggio della speranza e quello individuale, che scava nelle loro vite precedenti in Gambia, Senegal, Sierra Leone e Somalia.
Alcuni di loro erano ancora minorenni quando hanno lasciato il proprio paese, costretti a confrontarsi troppo presto con prove più grandi della loro età. Arrivati in Italia dopo mesi di viaggio, hanno attraversato il deserto senza acqua e senza mangiare, affrontato i trafficanti, subito violenze e rischiato la vita in mare, perdendo lungo il cammino compagni di viaggio diventati amici.
È la storia di chi ce l’ha fatta. Di chi è riuscito a ricostruire la propria vita e dignità lontano dalla famiglia. C’è chi ha formato una nuova famiglia, dando alla luce dei figli. Chi insegue i propri sogni, tra il calcio, l’università e il lavoro. Storie che colpiscono allo stomaco e ribaltano la narrazione emergenziale, mostrando come queste persone possano rappresentare una risorsa e un’opportunità per il nostro paese e la nostra regione.
Come ha ricordato Vincenzo Linarello, presidente di Goel – gruppo cooperativo, questi ragazzi non hanno la possibilità di prendere un semplice volo e cambiare paese o vita: affrontano viaggi lunghi, pericolosi e costosissimi, con l’unica speranza di arrivare vivi: "Vengono considerati eroi – è stato sottolineato – ma oggi non è concepibile esserlo: loro non vogliono essere eroi, vogliono solo la libertà di scegliere".
Dopo la proiezione, un lungo e partecipato dibattito, moderato dal giornalista Davide Lamanna, ha approfondito i temi dell’accoglienza e dell’inclusione. Accanto alla sceneggiatrice e al regista, hanno preso la parola tre dei protagonisti del docufilm: Hafsa Abdoulahi Alì, Abdoulaye Balde e Alex Sowe.
Ancora una volta si sono raccontati, parlando delle difficoltà iniziali: la lingua, i continui cambi di centro di accoglienza, la fatica di ricostruire una dignità personale e professionale. Le loro parole hanno restituito la complessità di un percorso fatto di ostacoli, ma anche di determinazione.
Il regista e la sceneggiatrice hanno sottolineato quanto sia stato emotivamente forte girare il docufilm: i ragazzi non sono attori, ma i veri protagonisti delle storie narrate. Raccontarsi ha richiesto uno sforzo immane. Del Grosso ha evidenziato come, durante le riprese, il racconto sembrasse rivolto prima di tutto a sé stessi, non a un pubblico: è questa autenticità ad aver dato senso a un film corale in cui esistono solo loro e la loro storia.
Al confronto hanno partecipato anche il sindaco Nicola Fiorita, l’assessore alla Cultura Donatella Monteverdi, il produttore Luca Marino, Maria Paola Sorace, presidente della cooperativa Pathos, e il sostituto procuratore Annamaria Frustaci.
Nel suo intervento, Fiorita ha richiamato la tragedia di Cutro e l’idea di una “Calabria casa”, capace di rilanciarsi come terra di accoglienza. Una regione che perde abitanti e che, paradossalmente, avrebbe bisogno di ritrovarli. Riuscire a rilanciare la Calabria come terra di accoglienza significa anche immaginare un futuro diverso, in cui l’inclusione non sia emergenza, ma scelta strutturale.
La premiere di Nyumba non è stata soltanto un evento cinematografico, ma un momento di comunità. Un’occasione per fermarsi, ascoltare e riconoscere nei volti e nelle parole dei protagonisti non “numeri”, ma persone.
Da Catanzaro prende forma così un percorso che prova a trasformare il dolore in consapevolezza e la memoria in impegno concreto. Perché, come suggerisce il titolo stesso, “Nyumba” significa casa. E la sfida è fare in modo che questa parola non resti soltanto una traduzione, ma diventi una promessa mantenuta.
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