Oltre le convinzioni: addio a Swami, l’eremita che ascoltava il silenzio nel Catanzarese

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Dall’esperienza rivoluzionaria all’incontro con don Lorenzo Milani, fino alla scelta di vivere per oltre trent’anni sui monti di Cerva. Il ricordo di Piero, conosciuto come Swami Atmananda, attraverso le testimonianze di chi lo ha incontrato e una vita dedicata alla ricerca interiore.

  23 ottobre 2026 16:15

di GUGLIELMO SCOPELLITI

Quando qualcuno saliva fin lassù, nei boschi di Cerva, e gli chiedeva a bruciapelo "Piero, come stai?", lui non rispondeva con la cortesia di maniera che si usa con i conoscenti. Restava un attimo in attesa, puntava gli occhi azzurri in quelli dell’interlocutore e capovolgeva l’interrogativo: "E tu?". In quel gancio socratico c’era già tutto il senso della sua presenza. Chi era salito fin sulla Presila catanzarese per cercare risposte sul conto dell’eremita, o magari per sincerarsi delle sue condizioni, si ritrovava di colpo scoperto, costretto a fare i conti con se stesso.
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Oggi che Piero — conosciuto da molti come Swami Atmananda — non c’è più, resta il vuoto misurato di una scelta radicale, durata oltre trent’anni. Eremita indo-cristiano, aveva attraversato le fratture del Novecento prima di trovare un approdo tra i monti calabresi, lontano dalle convenzioni e dai ritmi della società urbana.

A restituirne l’immagine d’archivio è il ricordo delle sue apparizioni di un tempo: la barba candida, l’abito arancione dei rinuncianti, l’odore leggero d’incenso, il tappeto colorato su cui sedeva per accogliere i rari visitatori. Ma dietro quella figura che a prima vista poteva sembrare l’icona classica del ricercatore spirituale, si nascondeva una biografia stratificata, fatta di strappi, passioni terrestri e drastiche conversioni dell’anima.

Prima di scegliere la solitudine essenziale della casetta sui monti di Cerva, Piero aveva vissuto molte vite. Le radici a Orvieto, poi la Parigi vulcanica del Sessantotto, l’immersione nel clima dell’impegno politico e il confronto serrato con l’ipotesi della violenza rivoluzionaria. C’era stato il lavoro da tipografo, la passione sanguigna per la boxe, le relazioni affettive profonde come quella con una donna ebrea americana, e poi i viaggi, la frequentazione di conventi e monasteri. Su tutto, un punto di svolta decisivo: l’incontro con don Lorenzo Milani, l’uomo che — come Piero stesso avrebbe poi raccontato — ebbe la forza di togliergli "la maschera del rivoluzionario", spingendolo a mettere in discussione le ideologie per cercare qualcosa di più intimo e irriducibile.

La Presila catanzarese non è stata per lui una fuga folkloristica dal mondo, ma il luogo fisico in cui spogliare l’esistenza del superfluo. In oltre trent’anni trascorsi a Cerva, Piero ha trasformato la quotidianità in un esercizio di essenzialità. Un percorso raccontato con profonda partecipazione da un amico che lo incontrò per la prima volta nel 1994, condotto lassù da Antonello Iuliano.

Nei ricordi dell’amico, riemersi nel momento del commiato, l’eremita riprende forma attraverso gesti minutissimi e concreti: le insalate preparate con le verdure raccolte con le proprie mani, i silenzi rigorosi appresi durante le discipline monastiche, le risposte consegnate ai fogli di un quaderno quando la parola parlata sembrava di troppo. E poi quel volume custodito ancora oggi nella libreria di casa, Diario di un Samniasi, testimonianza scritta di tre anni consecutivi di quella lenta e rigorosa ricerca.

Con il passare del tempo le visite a Cerva si erano diradate, come accade spesso quando le traiettorie della vita adulta prendono altre direzioni. Ma la traccia di quegli incontri è rimasta intatta, custodita nello sguardo vitreo e profondo di Piero, capace di incutere una sottile soggezione e, insieme, un senso di autentica accoglienza.

Piero ripeteva spesso che "l’essenza vera della vita non può essere rinchiusa in nessuna parola". La sua scomparsa lascia alle spalle la testimonianza di un uomo che ha preferito l’esperienza diretta al racconto di sé, la ricerca solitaria alle scorciatoie del pensiero conforme. Un percorso che un amico ha voluto salutare con un semplice, essenziale "Aum (Om)", lasciando che a parlare fosse, ancora una volta, la misura del silenzio.