
"Mentre le scuole calabresi si preparano a riaprire, il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato 20 milioni di euro per l'acquisto di dispositivi di raffrescamento nelle aule, rivendicandolo come una promessa mantenuta. Nella stessa nota il ministero ammette che il caldo estremo a scuola non è una novità, ma una conseguenza ormai strutturale dei cambiamenti climatici — eppure il sistema scolastico italiano continua a farsi trovare impreparato. Divisi tra gli oltre 8.000 istituti scolastici italiani, quei 20 milioni equivalgono a circa 2.500 euro a istituto, secondo alcune stime appena 50 euro a classe: il prezzo di un ventilatore da tavolo.
È una cifra che va confrontata con i dati del XXIII Rapporto di Cittadinanzattiva sulla sicurezza a scuola: nell'anno scolastico 2024-2025 si sono registrati 71 crolli negli edifici scolastici italiani e oltre 78.000 infortuni tra studenti e personale. Solo il 7,42% delle sedi scolastiche ha un impianto di climatizzazione, quasi la metà degli edifici è precedente al 1976 e il 46% si trova in zone ad alta sismicità, ma appena il 3% ha ricevuto interventi di adeguamento. Non a caso la stessa Cittadinanzattiva non chiede microstanziamenti spot ma tre miliardi di euro in tre anni per un piano strutturale. I 20 milioni di Valditara, dunque, non sono un intervento contro il caldo: sono l'ammissione pubblica che lo Stato preferisce un tampone temporaneo a un patrimonio edilizio scolastico vecchio, mai messo in sicurezza, mai adeguato al clima che cambia.
E il clima, appunto, non concede più margini: agosto 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in Italia dal 2000 e l'inizio di settembre porta la sesta ondata di calore della stagione, con punte fino a 45°C al Sud nei giorni scorsi. Discutere se posticipare l'apertura delle scuole di dieci o quindici giorni significa affrontare il sintomo, non la causa: il problema si ripresenterà identico l'anno prossimo e un rinvio comporterebbe comunque uno slittamento equivalente della chiusura a giugno, comprimendo nel frattempo il diritto degli studenti alla didattica in presenza. Non è la prima volta che, davanti a un costo imprevisto, la prima risposta sia tagliare il tempo scuola invece di investire: nella primavera 2026, con il rincaro dei carburanti legato alla crisi energetica in area SWANA, il sindacato Anief aveva ipotizzato un ritorno alla didattica a distanza per l'ultimo mese di scuola, poi escluso da Valditara. E nel 2023 l'esame di Stato per gli studenti delle zone alluvionate dell'Emilia-Romagna fu modificato — scritti sostituiti da un colloquio orale per circa 7.000 maturandi — con una misura presentata come agevolazione ma che generò proteste tra gli stessi studenti, al punto da spingerli a chiedere di poter sostenere comunque le prove scritte. Il filo che lega questi episodi è lo stesso: di fronte a un problema strutturale, la risposta istituzionale interviene sulla forma del servizio scolastico, mai sulla sua sostanza materiale.
In Calabria la situazione è ancora più critica e riguarda in modo trasversale tutte le province. La rete scolastica regionale conta 288 istituzioni: 108 nella provincia di Cosenza, 77 in quella di Reggio Calabria, 51 in quella di Catanzaro. La Calabria è la regione italiana con il maggior numero di enti locali in crisi finanziaria: 217 comuni, il 53,7% del totale, sono coinvolti in procedure di dissesto o riequilibrio, per una popolazione di 1,2 milioni di abitanti. Tra questi figurano la Città metropolitana di Reggio Calabria, il Comune di Cosenza e Lamezia Terme, nella provincia di Catanzaro: non solo piccoli centri, ma gli stessi capoluoghi che dovrebbero fare da traino per la manutenzione della rete scolastica. Sul fronte dei fondi, il plafond ministeriale 2026-2028 assegna 96,8 milioni di euro a Cosenza, 59,58 a Reggio Calabria e 37,6 a Catanzaro — cifre importanti sulla carta, ma a febbraio 2026 solo il 22,8% dei fondi PNRR calabresi per l'edilizia scolastica riguardava progetti conclusi e la legge di bilancio 2026 non prevede continuità di finanziamento per il triennio 2027-2029.
C'è infine un aspetto che il dibattito sul rinvio tende a rimuovere: la scuola pubblica è anche una delle poche infrastrutture sociali che permette a chi lavora di conciliare l'impiego con la cura dei figli. In Italia il divario occupazionale tra padri e madri è tra i più alti d'Europa (84,4% contro 56,3%) e pesa ancora di più in Calabria, dove la copertura degli asili nido per la fascia 0-2 anni si ferma al 5,9% contro una media nazionale del 18,5% e dove il tasso di mancata partecipazione femminile al lavoro è il più alto d'Italia, al 38,3%. Rinviare l'apertura delle scuole senza alternative per l'infanzia significa scaricare ulteriormente sulle famiglie lavoratrici — e in particolare sulle donne — il costo di una crisi che lo Stato non affronta.
Come Potere al Popolo Calabria chiediamo una Legge di Bilancio che preveda uno stanziamento strutturale e pluriennale per l'edilizia scolastica, sul modello dei tre miliardi in tre anni richiesti da Cittadinanzattiva; che lo Stato centrale si assuma la responsabilità finanziaria della manutenzione degli edifici, senza scaricarla su Comuni e Province calabresi già in dissesto; un piano di investimento sui servizi per l'infanzia in Calabria, a partire dagli asili nido; e che la crisi climatica nella scuola smetta di essere trattata come un'emergenza stagionale da tamponare ogni settembre, per diventare finalmente una priorità di programmazione pubblica su tutto il territorio regionale".
È quanto afferma in una nota Potere al Popolo Calabria.
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