
"In Calabria, con un settore in forte difficoltà, avevamo puntato molto sulla programmazione pesca dell’Unione europea per una ripresa del settore considerata la rilevante dotazione finanziaria gestita dalla Regione. Eravamo convinti che fosse una buona opportunità per il futuro della piccola pesca artigianale accompagnare il cambiamento in atto attraverso la diversificazione e l’innovazione per costruire un futuro della pesca artigianale in modalità inter-settoriale.
Purtroppo, l’attesa è stata tradita ed è accaduto quello che nessuno si aspettava: l’illusione per una ripresa del più rilevante segmento della pesca regionale. E, pertanto, quando un settore non è ben governato, sugli ambiti locali non sorprendono vicende e fatti non condivisibili e da condannare. La violenza va condannata sempre e comunque. Tuttavia, in riferimento a quanto accaduto nel porto di Cirò Marina invito anche a riflettere sulle cause profonde del disagio e di andare oltre l’episodio e indagare le responsabilità strutturali delle politiche europee, gli effetti economici e quelli sanitari insieme alle responsabilità politiche per aver vietato questo prodotto identitario, simbolo della tradizione, della gastronomia, della cultura e della storia marinara delle Comunità costiere della Calabria e del Mediterraneo.
Alcune storiche pesche tradizionali insieme agli attrezzi da pesca, in particolare quelli della piccola pesca artigianale, non vanno messi al bando, ma razionalizzate. Tuttavia, bisogna anche superare le esagerazioni. Infatti, mettere al centro dell’attenzione quali responsabili del depauperamento delle risorse del mare da parte di chi, pur rispettando la professionalità e la libertà di stampa, appartiene ad una categoria caratterizzata da una fragilità storica, significa che siamo fuori pista ma anche che, pur di fare ascolto, si mettono alla gogna i piccoli pescatori artigianali una categoria ormai in via dell’estinzione.
Nel mentre regna silenzio assoluto sulle Istituzioni comunitarie che predicano tutela ambientale mentre praticano disinformazione e impongono regole cieche a mari che non sono uguali lavandosi la coscienza e contribuendo così a distruggere economie, comunità e identità locali. E poi fini a pochi anni addietro si arriva al paradosso: “Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali inseriva la rosamarina (sardella) nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali della regione Calabria (PAT)”. in Calabria negli ultimi due decenni coincidenti con il divieto di pesca della Sardella e/o Rosamarina e/o Bianchino è stata registrata una diminuzione delle imbarcazioni, un calo degli occupati, delle catture e del valore della produzione che hanno colpito al cuore le micro imprese a conduzione famigliare.
La crisi del settore pesca è legata, oltre che a problemi strutturali, certamente a politiche comunitarie non adeguate alla specificità della pesca delle nostre Comunità costiere. Inoltre, si sono innestati su una situazione di grave crisi dell’economia ittica politiche regionali e locali non adeguate alla specificità storica della piccola pesca artigianale pur in presenza di una buona Legge Regionale la n. 27 del 12 novembre 2004, intitolata "Interventi regionali per la valorizzazione dell'economia ittica". I numeri parlano chiaro.
E’ bene inoltre ricordare che l’attività delle pesche tradizionali ha sempre rappresentato, oltre che una specificità della gastronomia regionale, tanto che il bianchetto e/o rosamarina (sardella) viene definito “il caviale calabrese”. Ma. soprattutto, ha rappresentato anche una significativa forma di integrazione del reddito, in particolare, in diverse Comunità costiere della nostra Regione dove l’attività delle pesche tradizionali viene svolta sugli ambiti locali (pesce pettine, cicerello e costardella in particolare) e coinvolge circa il 70% delle numerose imbarcazioni di piccola pesca artigianale, anche se fino al 2010 erano ufficialmente autorizzate solo 154 imbarcazioni nella stragrande maggioranza sotto i 12 metri.
Negli ultimi anni autorizzati a questa campagna di pesca lo stesso ex-Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (oggi MASAF) stimava che il ricavo derivante dalla pesca del solo bianchetto era stimabile in circa 17 milioni di euro, concentrato, in particolare, in Sicilia e Calabria. L’impossibilità di praticare tale attività ha avuto quindi conseguenze devastanti per questo segmento della pesca calabrese. Alla luce delle considerazioni fin qui svolte, riteniamo che, per agevolare l’attivazione delle necessarie misure socioeconomiche a favore degli operatori e delle imprese, l’unica strada percorribile possa essere rappresentata dalla dichiarazione dello stato di crisi del settore da parte della Regione con il varo di un “Piano Pesca Straordinario”.
Tale atto, in virtù della autorevolezza del Presidente della Regione e dell’Assessore all’Agricoltura e Pesca, oltre a rappresentare un segnale di attenzione nei confronti della categoria, potrebbe contribuire a sensibilizzare la stessa Commissione europea sulla portata di questa vasta emergenza".
Lo si legge in una nota del Comitato Pescatori Calabria.
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