Politica, l'avvocato Francesco Bianco: "Una democrazia senza partiti"

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  06 febbraio 2022 10:09

di FRANCESCO BIANCO*

Che i partiti politici non godano più di una certa credibilità, scivolando progressivamente verso la propria consunzione, è un fatto certificato da tempo. L’epoca di Tangentopoli, possiamo dire, ha segnato l’inizio della fine. Da ciò quindi, come ha detto qualcuno con sottile ironia, oggi denunciare la partitocrazia, potrebbe configurare gli estremi di un reato, quello di “vilipendio di cadavere”. E che la (ri)elezione di Sergio Mattarella, al più alto scranno della nostra Repubblica, abbia posto un sigillo (quasi notarile) al fallimento del sistema politico vigente, credo sia sotto gli occhi di tutti. Orientando lo sguardo in profondità, osserviamo che un qualcosa non funziona più, dalle fondamenta. Bisogna iniziare ad affermare che la memoria è fondamentale, per misurarsi con il futuro. Oggi, se abbiamo memoria, dobbiamo tenere presente che in passato, nonostante le “crisi” succedutesi, c’era la consapevolezza di una solidità politica e parlamentare, che consentiva una relativa tranquillità. Anche durante la stagione degli “anni di piombo”, la consistenza del sistema politico ha permesso di reggere l’urto severo contro le Istituzioni. Oggi, c’è la sensazione che tutto il sistema possa crollare, a differenza ripeto del passato, in cui, la stabilità del sistema dei partiti infondeva fiducia nei cittadini, che si identificavano in essi, anche attraverso una partecipazione attiva.  La responsabilità attuale è ancora più grave, se pensiamo alla crisi finanziaria e alla crisi dei debiti sovrani che hanno prodotto danni all’Italia, paragonabili a quelli di una terza guerra mondiale persa. Entrambi questi fattori di crisi avrebbero dovuto stimolare una particolare avvedutezza nell’azione politica, evitando il permanere della democrazia dell’emergenza, cui ci stiamo abituando.

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Ma, perché tutto questo? Perché abbiamo questa classe dirigente nella politica italiana? Il problema, forse, è la rifondazione della coscienza popolare, negativamente condizionata dall’assenza di un radicamento sociale di culture politiche di riferimento.  E’ necessario, forse, sollecitare una scomposizione ed una ricomposizione dei partiti attuali, che in realtà sono comitati elettorali di stampo padronale. La causa principale di quanto sta avvenendo da anni, risiede nell’assenza di vere culture di riferimento, quindi, nell’assenza di un’azione politica supportata da un autentico substrato ideologico. Fino a quando, nel nostro Paese, non avremo un chiaro riferimento alle identità delle grandi famiglie politiche, che siedono nel Parlamento Europeo e che governano gli Stati dell’Unione Europea, non avremo mai quel radicamento sociale cui accennavo. Tutta la c.d. seconda Repubblica, è stata caratterizzata da un populismo inconferente. Una fase nuova andrà avanti, nonostante le spinte conservatrici. In questo quadro, non credo che la soluzione di tutti i problemi possa derivare dalla, sia pure importante, riforma della legge elettorale.   

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Nell’ultimo decennio del secolo scorso, sono stati introdotti dei sistemi di tipo presidenziale, per la elezione nei Comuni e nelle Regioni. A livello centrale il sistema è rimasto di tipo parlamentare. L’obiezione che viene mossa è che un sistema presidenziale potrebbe produrre un accentramento di poteri, che nessuno auspica. Ora, benchè in un sistema siffatto, il popolo si esprima due volte (per eleggere il Parlamento e per eleggere il Capo dello Stato), si obietta che i Sindaci e i Presidenti di Regione hanno acquisito un potere tale, da “svuotare” di fatto i Consigli Comunali e i Consigli Regionali. Questa caratterizzazione ha dato luogo ad una forte politica personalistica. In verità, la stabilità deriva da partiti forti e propositivi. Nella c.d. prima Repubblica, lo storico pentapartito ha assicurato stabilità perché era fondato su modelli di riferimento, con un profilo ideologico configurato. Da alcuni decenni, invece, abbiamo pseudo alleanze, create al solo scopo di vincere le elezioni e non per governare. La madre di tutti i problemi è l’assenza di partiti veri, di strutture di raccordo tra i cittadini e le Istituzioni. Gli ultimi accadimenti hanno, probabilmente, decretato l’ingresso ufficiale nella Terza Repubblica, perché le evanescenti coalizioni, per come le abbiamo conosciute fino ad oggi, hanno manifestato una evidente incapacità trasversale di reggere il sistema. Non potendo più far finta che la storia non sia cambiata, a fronte di una chiara certificazione della inadeguatezza dell’esistente. Una destra sempre più lepenista, una sinistra marginalizzata ed una forza demagogica, come i 5 stelle, implosa al suo interno, lasciano ampi spazi per un’azione di governo, all’interno della dimensione delle grandi famiglie politiche europee. E, allora, il tema è quello della ricomposizione, su quali basi ed in quale direzione la stessa dovrà attuarsi.

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Scendendo per qualche istante nel particulare, solo una considerazione intorno al pianeta giustizia. Uno dei grandi nodi che, credo, abbia una funzione quasi pedagogica per qualunque società. La “gestione” che si registra da alcuni anni, ha lasciato spazio ad un terreno di contrasto tra magistrati. La richiesta del (nuovo) Presidente della Repubblica è che si introduca una riforma del sistema elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’ordinamento del potere giudiziario, che dia spazio alla valutazione del merito e della professionalità; esigenza, questa, che deve fare il paio con la considerazione rigorosa di una serie di disfunzioni che, a livello disciplinare, la magistratura sta manifestando in alcuni dei suoi componenti. Se non si riesce a dare il buon esempio, da parte di chi ha particolari obblighi in merito, le parole rischiano di rimanere lettera morta.

Infine, compiendo un traslato al di là di una dimensione domestica, apprendo dai media e da alcune fonti scritte, che situazioni di povertà e di carestia, spingono in Afghanistan, molte madri a vendere i loro figli, per procurarsi l’approvvigionamento del cibo necessario per vivere. Non ci sono commenti. Dico questo, solo poiché ritengo che non si debbano perdere di vista determinati punti di riferimento, anche se possono apparire molto lontani dal nostro vivere quotidiano. Concludo, quindi, che in una società post industriale e globalizzata, spetta al sistema politico confezionare strumenti di partecipazione, che consentano di dare risposte alle istanze individuali, insopprimibili per il riscatto della dignità umana.  

*avvocato

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