Iole Santelli, il suo amore per Roma e quella sfiducia verso la politica...

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Franco Cimino
  18 febbraio 2020 21:20

di FRANCO CIMINO

"Un assessore al giorno toglie... la Politica di torno".

Giuro che stavo per scriverne bene della Santelli presidente. Dirò di più. Per non scriverne con eccessiva foga critica, avevo, il giorno della sua proclamazione, inserito il difficile esordio della prima donna alla guida della giunta regionale dentro un’analisi elettorale di quelle che si facevano un tempo, soffermandomi particolarmente su un tema che in quel passato, che io ricordo bene, impegnavano tutti i partiti in approfondite e preoccupate discussioni. Li impegnava al proprio interno e tra di loro. Il tema era quello della percentuale dei votanti, specialmente quando questa segnava un numero alto di astensioni. In tutte le consultazioni elettorali negli anni della seconda metà del novecento, sarebbe bastato che quel dato crescesse di due o tre punti e la febbre politica sarebbe salita oltre i quaranta. E da lì, il ricorso alle cure più intensive per riportare la gente al voto.

Intanto, semplicemente alle urne e poi, se si fosse riusciti, farli tornare a votare per il proprio partito. In Calabria l’astensione al cinquantasei per cento avrebbe dovuto far rizzare i capelli e indurire le carni di tutte le forze politiche ed elettorali. Invece, si sta procedendo come se nulla fosse. Come se i calabresi celebrassero ogni settimana, al posto della domenica, la festa del voto. Prometto che riprenderò questo tema e lo offrirò, con la modestia dei miei mezzi, all’attenzione di chi è rimasto ancora sensibile, nonostante la sconvenienza, ai temi della libertà e della democrazia. Dicevo dell’onorevole Santelli.

Quel sabato della proclamazione, quelle sue lacrime alla lettura del deliberato di nomina, hanno commosso anche me. Le ho sentite non come fragilità della persona dinanzi a un compito gravoso, ma come assunzione di responsabilità di una donna nei confronti dell’alto ministero che stava assumendo nella propria terra. La terra dei padri. Forse, questo senso di responsabilità non sarà fittizio. Tuttavia, la nomina dell’assessore all’Ambiente nella persona non solo di un uomo importante delle forze di Polizia del nostro Paese, ma anche di un celebrato eroe, mi ha particolarmente colpito. E non positivamente. Intanto, questa nomina individuale per un componente di una squadra che istituzionalmente è considerata un corpo unico del governo, mi è sembrato un gesto di scarsa eleganza istituzionale. E, addirittura, non corretto se fosse accompagnata da motivi propagandistici e strumentali con riferimento al bisogno di coprire le antiche contraddizioni di uno schieramento rispetto alla questione morale e alle insufficienti energie rinnovatrici messe in campo nell’ultima competizione elettorale, sì, quella della storica astensione al voto.

Vi è poi il definitivo atto di sfiducia verso la politica, la quale da se medesima, rinunciando a rinnovarsi, passa le consegne ad agenti esterni ad essa. E non lo fa, si badi bene, sul terreno delle competenze, che indubbiamente il nuovo assessore, colonnello Sergio De Caprio, potrebbe avere. Ma, su quello della moralizzazione del settore e della lotta alle mafie, che speculano sulle risorse ambientali e rubano i denari che, per la tutela di queste, a centinaia di milioni di euro, da decenni vengono sparsi sul territorio calabrese. Insomma, il compito che spetta alla politica, attraverso la visione del futuro e la programmazione e quindi il rigoroso impiego delle risorse per attuarli, viene trasferito, quasi costruendo un canale parallelo a quello giudiziario e repressivo, a personalità che nella vita fanno da sempre un altro mestiere, e pure meritoriamente.

Se quella della prima nomina è la filosofia della presidente Santelli, c’è da attendersi, quindi, che con lo stesso metodo ella proceda per la nomina negli assessorati ancora più delicati ed esposti alla criminalità e alla corruzione, quali la Sanità, le Infrastrutture e le Grandi Opere, l’Urbanistica. Arriveranno, quindi, prefetti e magistrati, e che siano noti e importanti, quali nuovi assessori? Aspettiamo di vedere se la politica commissarierà se stessa. Cosa che si sarebbe anche potuta accettare (io di certo non condividendola) per un breve periodo (una legislatura?) di cura da cavallo della drammatica emergenza calabrese. A condizione, però, che al voto si fosse presentato, con proprie liste e propri nomi, una figura non politica, di alto e verificato spessore morale e intellettuale, che avesse intenti davvero rivoluzionari. Un Nicola Gratteri, per esempio, l’uomo che la maggior parte dei calabresi attendevano, anche per le speranze, pure in quella direzione, da lui stesso involontariamente suscitate in quel suo lavoro a tutto campo, speso anche in ambiti strettamente politici, culturali, e quindi educativi e formativi.

La Politica, se vuole ritornare a esserlo con la maiuscola, se vuole finalmente fare se stessa, cioè Politica, non deve abdicare al proprio ruolo. Deve metterci la faccia in tutti i sensi. E lavorare duro con le mani in vista. E le tasche pure. Infine, l’altra comunicazione della Presidente che non mi è piaciuta, è quella di restare tre giorni a settimana a Roma, nella sede che non sarà più evidentemente di rappresentanza. Non mi è piaciuta, perché i calabresi hanno bisogno di sentire fisicamente accanto la persona cui guardano con un bisogno di sicurezza mai provato così intensamente prima. Hanno bisogno più che di un governatore che li governi, di una guida morale oltre che politica. Quell’eterno bisogno di un padre, oggi si coniuga al femminile, che è meglio. Una madre, la forza di ogni forza. Questo, un voto pur debole e anomalo, ci ha donatori ventisei gennaio scorso. Questa improvvisata romanità non mi è piaciuta perché modifica anche lo slogan inventato da Salvini per farsi accettare prima che essere votato dai calabresi. Quello in cui egli, con il suo linguaggio particolare, afferma che lo Stato deve scendere qui, affinché non siano più i calabresi a fare la questua dietro le porte dei ministeri.

Ricordo che vent’anni fa una cosa simile, come motivazione, a quella della Santelli, l’abbia fatta la presidenza Chiaravalloti, nominando addirittura una giunta quasi tutta tecnica (allora la giunta era composta da dodici membri) con prevalenza di assessori non calabresi, che stavano molto nella Capitale per “dialogare” meglio con il potere che conta. Infine, non mi è piaciuta anche perché darà adito a nuove brutte voci, che i cattivi utilizzeranno per trastullare la propria cattiveria, gli sciocchi per promuoversi stupidi, gli avversari per condurre false battaglie verso una vittoria che non hanno saputo conseguire sul terreno politico. Tutto questo, a danno e dei calabresi e della stessa signora Santelli. Della giovane Iole Santelli, quella donna sensibile che abbiamo visto piangere di coraggio quel famoso sabato di febbraio, il quindici, alle ore dieci e cinquanta.