La Domus Aurea rivuole indietro i suoi "nonnini" e presenta ricorso al Tar contro l'Asp: "Illegittima la sospensione sine die del contratto"

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La "Domus Aurea", casa di riposo a Chiaravalle Centrale

Il ricorso è stato presentato dagli avvocati Antonello Talerico e Ilenia De Santis

  21 maggio 2020 23:50

di GABRIELE RUBINO

Gli agitati momenti della prima fase dell’emergenza Coronavirus in Calabria avranno strascichi anche nella Fase 2. Fino all’esplosione del caso Villa Torano, quello più tormentato, fra la fine di marzo e l’inizio di aprile, era stato quello della Domus Aurea di Chiaravalle centrale. Il focolaio nella Rsa, costato la vita a circa venticinque “nonnini”, è già stato attenzionato dalla Procura di Catanzaro. Ma la battaglia legale avrà più fronti, anche quello amministrativo. La Salus M.C. srl, proprietaria della struttura, tramite gli avvocati Antonello Talarico e Ilenia De Santis ricorre al Tar contro la decisione dell’Asp di Catanzaro di sospendere “il procedimento di formazione del contratto anno 2020”. In sostanza, subito dopo la disposizione, del primo aprile, dell’allora dg del dipartimento regionale di Tutela della Salute, Antonio Belcastro, di trasferire i pazienti della Domus al Policlinico di Catanzaro, la terna prefettizia dell’azienda sanitaria provinciale aveva “congelato” il contratto con l’erogatore privato, impedendone nuovi ricoveri (anche in forma privatistica) prima di azionare la procedura di revoca dell’accreditamento. Questo è l’atto che i legali della Salus vogliono far annullare dal giudice amministrativo e prima ancora far sospendere.

UNA SOSPENSIONE SINE DIE CHE NON POGGIA SULLA LEGGE. FINORA NON ESEGUITE LE VERIFICHE SULL'ACCREDITAMENTO- Non ci sarebbe nessuna “formazione del contratto” da “sospendere”, si legge nel ricorso, essenzialmente perché la convenzione 2020 con l’Asp era stata già stipulata il 31 gennaio dello stesso anno.  La comunicazione della sospensione “sine die”, sarebbe illegittima perché non poggia sulle procedure previste in materia. Secondo i legali della Salus M.C. srl non si sono verificate le condizioni (di sospensione) disciplinate nel contratto sottoscritto. È contestata anche la motivazione della comunicazione dell’Asp che fa riferimento al verbale redatto dal primario del pronto soccorso di Soverato in cui a seguito di una ispezione “non vengono più rispettati i criteri di accreditamento”. Da qui sarebbe dovuta partire un iter “in contradditorio” che non è avvenuto. Per Talerico e De Santis, in realtà, dietro l’operato dell’Asp non ci sarebbe la contestazione della mancanza dei requisiti di accreditamento bensì: “la mancata corretta gestione della pandemia da COVID in questi due mesi, è la non efficienza nella gestione dei contagi, circostanze estranee all’accreditamento e riferite a un evento eccezionale che ha piegato il mondo intero, non solo la società ricorrente, che si trova in “buona compagnia” laddove si consideri che i decessi, la disorganizzazione e i contagi sono avvenute in tutte le strutture sanitarie del mondo”. "Estendere il criterio di valutazione della sussistenza de requisiti di accreditamento in “tempo di guerra” – per come ha fatto l’ASP di Catanzaro – non ha alcun senso giuridico". Peraltro si fa notare come “l’Amministrazione non ha provveduto ad effettuare verifica alcuna in tutto il tempo trascorso dal 2 aprile ad oggi”. Senza dimenticare, aspetto essenziale, che la procedura di sospensione/revoca dell’accreditamento non spetta all’Asp, bensì alla Regione.

"LA GESTIONE DELL'EMERGENZA E' STATA DIVERSA A VILLA TORANO. LI' L'ASP E' INTERVENUTA"- Nella ricostruzione contenuta nel ricorso della Salus la “storia” del focolaio della Rsa di Chiaravalle parte dal 22 marzo con la comunicazione di una Oss della struttura che non si sarebbe presentata al lavoro perché posta in quarantena, passando al ricovero (il 25 marzo) della prima paziente di 91 anni al Pugliese poi risultata positiva fino ai risultati dei tamponi su pazienti e dipendenti del 27 e 28 marzo con un elevato tasso di contagio. Il resto è più meno noto, con la progressiva decimazione dei dipendenti, le visite, le ispezioni, i primi pazienti inviati al Pugliese e fino al trasferimento “coatto” al Policlinico. In quei frangenti, secondo i legali, la società avrebbe richiesto “inutilmente” l’invio di dispositivi di protezione, personale e, peggiorando la situazione, anche il ricovero di alcuni pazienti. Tutte cose che sarebbero state “nel potere (e dovere) dell’ASP”, come “ lo dimostra – si legge nel ricorso- la gestione dell’emergenza sanitaria attuata nella RSA di Torano Castello. Da quanto notoriamente riferito agli e dagli organi di stampa, nella RSA del cosentino, l’ASP è intervenuta nella gestione dell’emergenza fornendo tutto quanto fosse necessario e di fatto sostituendosi alla proprietà nella gestione. L’ASP è altresì intervenuta in loco con strumentazione diagnostica, TAC mobile”. “Chiaramente la diversa gestione dell’emergenza ha evitato le degenerazioni invece verificatesi all’interno della struttura di Chiaravalle Centrale”. Il parallelo con i due casi più spinosi non è stato casuale. 

"FATELI TORNARE NELLA STRUTTURA, CHE ALCUNI ANZIANI DEFINISCONO LA LORO CASA"- Talerico e De Santis puntano alla immediata "sospensione" della "sospensione" del contratto. Dopo il trasferimento al Policlinico, al netto dei decessi, alcuni sono stati dimessi, altri spostati non senza polemiche a Serra San Bruno, mentre altri rimangono nell'azienda ospedaliero universitaria in attesa di sistemazione. La Salus li rivuole indietro. "Il ritorno degli anziani degenti in struttura, significa evitare che gli stessi siano sballottati in giro per la Calabria come dei veri e propri pacchi senza una destinazione definitiva, ciò a scapito della loro salute e serenità". "Gli anziani - si legge nel ricorso- riconoscono la struttura in cui erano ricoverati come la propria casa, il loro rifugio ed il centro dei loro affetti". "Solo l’immediata ripresa dell’attività consentirebbe a tutti loro di poter tornare alla Domus Aurea". A deciderlo sarà il Tar.