Precari del MiC, la riflessione di Maruca: "La democrazia verticale e l'invisibilità dei politici calabresi"

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"I parlamentari calabresi sono diventati invisibili perché invisibile è diventata la capacità dei territori di incidere sulle decisioni nazionali"

  04 novembre 2026 12:28

di EDOARDO MARUCA

I precari del MiC, a tre settimane dalla scadenza dei contratti si sentono rispondere dalla politica: «stiamo valutando». Ma il problema dei 321 lavoratori è soltanto la punta dell’iceberg di una rappresentanza parlamentare sempre più subordinata ai vertici dei partiti.

Per anni hanno garantito il funzionamento di musei, parchi archeologici, archivi, biblioteche e uffici del Ministero della Cultura. Sono 321 lavoratori, circa 260 in Calabria, provenienti da percorsi di tirocinio regionali, in seguito formati, selezionati attraverso il concorso RIPAM-Formez e impiegati dallo Stato nei luoghi della cultura.

Dopo 36 mesi di contratto, il 24 novembre rischiano di ritrovarsi senza lavoro. Una vicenda paradossale: lo Stato investe nella loro formazione, li seleziona, ne utilizza le professionalità per anni e, quando arriva il momento di dare continuità al servizio, sembra non sapere cosa farsene. Eppure, le stesse strutture ministeriali ne hanno più volte riconosciuto l’indispensabilità.

Il 22 ottobre la deputata Anna Laura Orrico ha portato la questione in Commissione Cultura attraverso un’interrogazione parlamentare. La risposta del sottosegretario Pietro Cannella è stata che il Governo sta ancora valutando le condizioni giuridiche e finanziarie per un possibile percorso di stabilizzazione. A poche settimane dalla scadenza, dopo tre anni di servizio, la politica continua a valutare…

Anche Riccardo Tucci ha sollevato la questione, denunciando le mancate iniziative del Governo e le disparità di trattamento rispetto ad altri percorsi di tirocinio confluiti nella pubblica amministrazione. Gli atti parlamentari esistono, le interrogazioni pure, gli emendamenti sono stati presentati. Gentile, Arruzzolo, Stumpo, Rosati, quanti ancora?

Sarebbe lecito chiedersi: 321 lavoratori, e altrettante famiglie, rappresentano forse un bacino elettorale da ricordare soltanto quando si avvicinano le elezioni?

È questo il grande fratello dei partiti, non serve neppure il ministero della Verità /cit

La questione va ben oltre la vertenza occupazionale e non è una battaglia di destra o di sinistra: è una questione di dignità del lavoro, di rispetto degli impegni assunti dallo Stato e di capacità delle istituzioni di non disperdere professionalità che esse stesse hanno contribuito a formare. Riguarda tutti i calabresi che, pur avendo formalmente una rappresentanza in Parlamento, faticano a riconoscersi nei risultati di quella rappresentanza, dalla sanità ai trasporti, dalle infrastrutture all’occupazione e ai servizi pubblici. Bisogna affrontare con franchezza un problema più profondo: la progressiva perdita di autonomia della rappresentanza parlamentare. I partiti assomigliano sempre più a strutture piramidali: in cima si decide, alla base si raccolgono le istanze dei territori. I parlamentari possono presentare interrogazioni, mozioni ed emendamenti, sollecitare il Governo e denunciare problemi. Ma quanto conta davvero un rappresentante politico quando la sua iniziativa non coincide con la volontà dei vertici?

Una proposta può essere dichiarata inammissibile, un emendamento accantonato, una discussione rinviata. E così, quando il grande fratello dei partiti decide di non decidere, tutto si ferma.

Orwell aveva capito tutto…

Ecco l’incoerenza: il parlamentare dovrebbe essere il portavoce dei cittadini, ma finisce spesso per diventare il portavoce delle decisioni del proprio gruppo dirigente. Un tempo esisteva una maggiore dialettica interna ai partiti e una più concreta possibilità di esercitare autonomia politica e negoziale. Oggi, tra candidature condizionate dai vertici nazionali e liste bloccate, il rapporto tra elettore ed eletto appare profondamente trasformato.

E per chi siede all’opposizione gli spazi di intervento sono ancora più angusti: si possono presentare atti parlamentari, ma senza la volontà politica di affrontare una questione rischiano di restare semplici documenti sulla carta.

La Calabria ha una politica invisibile con 19 parlamentari eletti sul proprio territorio: 13 alla Camera e 6 al Senato. Eppure, quando si tratta di ottenere risultati concreti, il territorio sembra non avere voce. Non si tratta necessariamente di attribuire a ciascun parlamentare una responsabilità individuale. Alcuni possono aver tentato di intervenire con interrogazioni, altri hanno sostenuto emendamenti rimasti inascoltati, bocciati. Proprio questo è il punto: forse, loro malgrado, i parlamentari calabresi sono diventati invisibili perché invisibile è diventata la capacità dei territori di incidere sulle decisioni nazionali.

Non basta avere parlamentari eletti in Calabria per poter dire che la Calabria è rappresentata. La rappresentanza non si misura contando le poltrone occupate, ma verificando quanto quelle poltrone riescano a incidere sulle decisioni che riguardano i cittadini.

Parlare con i deputati calabresi è avvilente, «mo vidimo» rispondono. Riprendendo Orwell; siamo vicini al delitto di pensiero?

Chi governa ha la responsabilità di decidere, chi è all’opposizione ha il dovere di incalzare il Governo. Entrambi dovrebbero avere un interesse comune: impedire che una regione intera continui a essere spettatrice delle decisioni prese altrove. Il 24 novembre si avvicina. Non si chiedono favori, ma una soluzione. E mentre centinaia di famiglie attendono risposte, la politica continua a valutare.

 

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