Priolo: "La statale 106 e le strade belghe, un punto in comune..."

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  10 marzo 2026 10:40

di NICOLA A. PRIOLO
 
La Statale 106 rappresenta una delle sfide più complesse della viabilità italiana, un'arteria dove il concetto di pericolo cambia pelle a seconda del chilometro che si percorre. Sebbene venga spesso etichettata sbrigativamente come strada assassina, un'analisi più profonda rivela che la sua letalità è il risultato di un incastro perverso tra una struttura che non perdona e comportamenti di guida spesso sconsiderati.
Nella zona grecanica, ad esempio, ci troviamo di fronte a un tratto dove il traffico pesante è quasi assente, eppure la pericolosità resta altissima perché la strada si trasforma in una sorta di via urbana veloce che attraversa i paesi, moltiplicando i rischi legati a incroci a raso e accessi privati. Spostandosi verso il catanzarese o la Sibaritide, lo scenario muta drasticamente e il volume di camion diventa imponente, trasformando la statale nell'unico corridoio logistico per i grandi tir diretti a nord.
 
Qui la tragedia nasce spesso dalla frustrazione, con automobilisti che tentano sorpassi multipli e azzardati per superare colonne di mezzi pesanti, ignorando che su un tratto di cinquanta chilometri una guida così aggressiva permette di guadagnare al massimo un paio di minuti, un prezzo decisamente folle se paragonato al rischio di uno scontro frontale. Gli stranieri che si avventurano su queste coste descrivono spesso l'esperienza come uno shock culturale, rimanendo “sorpresi” da uno stile di guida che percepiscono come anarchico e privo di regole certe, dove il buon senso sembra soccombere davanti alla fretta. Eppure, la verità amara è che se ogni guidatore decidesse da domani di rispettare rigorosamente i limiti di velocità e i divieti di sorpasso, assisteremmo a un crollo immediato e verticale delle vittime. La strada ha certamente le sue colpe storiche e strutturali, ma la responsabilità dei guidatori resta l'unica leva azionabile nell'immediato per fermare la scia di sangue, trasformando la prudenza nell'unico vero spartitraffico capace di salvare vite umane in attesa di quegli investimenti infrastrutturali che tardano ad arrivare.

Anche in Belgio, dove risiedo da tanti anni, il tema della sicurezza stradale è tutt’altro che risolto. Ogni anno il Paese registra un numero consistente di incidenti, con collisioni frontali, laterali e perdite di controllo tra le tipologie più frequenti . Le cause principali sono comportamentali: eccesso di velocità, distrazione, guida sotto l’effetto di alcol o droghe. Ma negli ultimi anni è emerso un fattore nuovo, spesso sottovalutato: l’aumento delle auto aziendali potenti. Il Belgio è uno dei Paesi europei con la più alta percentuale di auto aziendali: circa il 60% delle nuove immatricolazioni rientra in questa categoria, e molte di queste vetture sono modelli di fascia alta, con potenze elevate e accelerazioni notevoli .
Un parco auto che, pur contribuendo alla transizione elettrica, ha anche un effetto collaterale: mette sulle strade veicoli molto performanti guidati da persone che non sempre hanno piena consapevolezza della potenza che hanno tra le mani. Il risultato è un aumento di incidenti legati alla velocità e alla perdita di controllo. E così, anche qui, come sulla “106”, si torna alla stessa conclusione: la tecnologia può aiutare, le infrastrutture possono migliorare, le leggi possono irrigidirsi, ma senza un cambiamento nei comportamenti individuali, la sicurezza resta un miraggio.

*autore del libro "Calabria grecanica"


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