













Dal retroscena sulla rinuncia al nastro mondiale per recuperare i diciannove capolavori di Calisto Tanzi al piano di dossieraggio sventato grazie a una "talpa" Rai: Sigfrido Ranucci si confessa al Politeama di Catanzaro.
21 marzo 2026 10:04di GUGLIELMO SCOPELLITI
Sigfrido Ranucci è sceso dalle barricate mediatiche di Report per salire sul palco del Teatro Politeama di Catanzaro, trasformando la sua missione di giornalista d'inchiesta in un racconto civile capace di farsi intimo e collettivo allo stesso tempo. Con il suo spettacolo “Diario di un trapezista – Cronache di resilienza di un reporter”, Ranucci non ha cercato la comodità della ribalta, ma ha offerto al pubblico una confessione a cuore aperto, iniziando il suo racconto proprio da quel 2001 che ha cambiato il mondo, con il viaggio a New York all'indomani del crollo delle Torri Gemelle.
È un racconto che parte da lontano, quello di Ranucci, che ha rievocato lo shock di una Manhattan ancora avvolta nel fumo per poi collegarlo alle grandi menzogne dei conflitti moderni. Ha ricordato con orgoglio lo scoop mondiale della Rai su Falluja e l'uso del fosforo bianco, un'inchiesta che ha squarciato il velo sulle violazioni dei diritti umani, richiamando alla memoria quegli scandali internazionali che, dai tempi del Vietnam, vedono l'informazione libera come unico argine alla propaganda bellica. Non è mancata una stoccata amara al presente: Ranucci ha sottolineato come, all'epoca, la Rai riuscisse ancora a imporsi con autorevolezza nel panorama globale, citando il sostegno del direttore editoriale di allora in un'impresa che oggi, con gli attuali equilibri, sembrerebbe quasi impossibile da replicare.
In questo flusso di memoria, ha svelato retroscena inediti come il ritrovamento, nel 2009, dei diciannove capolavori della famiglia Tanzi, scovati tra i fusti di vernice di un'officina grazie a un incredibile intreccio tra un tassista e un elettricista. È probabile che in quel momento, davanti alla possibilità di andare in onda con un filmato rubato che avrebbe fatto il giro del mondo, Ranucci abbia sentito il peso dell’eredità paterna: “Avevo due strade”, ha spiegato il giornalista alla platea catanzarese, “andare in onda con lo scoop internazionale o denunciare tutto alla Guardia di Finanza per recuperare le opere”. Ha scelto la seconda, rinunciando alla gloria del nastro per favorire il sequestro di quei quadri — tra cui un Picasso — rimasti sepolti per otto anni nonostante le indagini di mezze procure d'Italia.
Accompagnato dalle trame sonore del Maestro Enrico Melozzi e dalla voce di Stella Gasparri, il Sigfrido "trapezista" ha denudato il potere, partendo da via Allegri fino ad arrivare ai veleni di Verona. Introducendo la figura di Flavio Tosi, all'epoca considerato un "premier in pectore", Ranucci ha ripercorso la stagione dei veleni in cui si cercò di fermare l'inchiesta di Report sull'infiltrazione della 'ndrangheta nel comune scaligero: “Volevano far credere che stessi costruendo un dossier falso su di lui”, ha ricordato, descrivendo il tentativo di incastrarlo con registrazioni clandestine e finti testimoni. Non è detto che la strategia del fango sarebbe fallita senza la protezione di Milena Gabanelli e la fermezza di una Rai che, in quella stagione, seppe resistere alle pressioni dei direttori generali.
Sigfrido ha svelato un retroscena inquietante: il tentativo di "omicidio professionale" orchestrato contro di lui. Pare che esponenti dell'area azzurra stessero cercando disperatamente freelance e collaboratori a cottimo che non fossero stati pagati regolarmente da Report, con l'obiettivo di montarci sopra uno scandalo nazionale. A salvarlo, un colpo di scena degno di un thriller: una collega giornalista della Rai lo chiamò in tempo, avvertendolo che qualcuno stava setacciando i pagamenti della trasmissione per "farlo fuori". Sigfrido ha descritto così un sistema di potere che non accetta il dissenso, citando le pressioni subite per silenziare le puntate più scomode e il costante corpo a corpo con una classe politica che ha tentato in ogni modo di delegittimare il marchio Report.
Lo spettacolo si è concluso con una lunghissima standing ovation da parte del pubblico, seguito da un bagno di folla per il firmacopie che profuma di rivincita per chi crede ancora nel giornalismo "cane da guardia".
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