
di ROSINA LEVATO*
Quando ho mosso i primi passi negli studi giuridici, la mia idea di giustizia era pura, quasi romantica. Credevo nella forza del diritto, nella nobiltà della toga, nell’equilibrio delle decisioni.
Sapevo che avrei difeso anche l’indifendibile. E l’ho fatto. Perché è questo il compito di chi crede davvero nella giustizia: garantire diritti a tutti, anche a chi sembra non meritarli.
Ma con il passare degli anni quella visione si è incrinata.
L’idea di una giustizia equa, imparziale, quasi sacra, si è scontrata con la realtà. Una realtà fatta di forzature, di regole piegate, di prove ignorate quando non fanno comodo e non sono utili a ad un avanzamento di carriera. Poche volte ho apprezzato un Pubblico Ministero fare un passo indietro.
Ho sempre pensato che ogni essere umano possa sbagliare. E che ogni errore meriti una seconda possibilità. A volte persino una terza. Ma ciò che ho visto troppo spesso non è stato equilibrio: è stata sproporzione.
Ho visto ragazzi condannati a pene che superano ogni ragionevolezza, pene che tradiscono la funzione rieducativa e diventano solo punizione.
Ho visto inquirenti forzare i fatti pur di sostenere un impianto accusatorio.
Ho visto giudicanti chiudere gli occhi davanti ai dubbi.
E allora i dubbi sono entrati in me.
Quella passione per il diritto, quella gioia nello studio, quell’orgoglio nel credere in un sistema giusto si sono trasformati in delusione. In frustrazione. A volte in rabbia.
Perché quando la giustizia perde equilibrio, non ferisce solo l’imputato: ferisce chi ci credeva.
Il mio senso di giustizia, cari signori, è stato violentato.
Oggi il processo italiano assomiglia troppo spesso a una roulette russa: troppi innocenti sul banco degli imputati, troppe condanne che non rispettano la giusta dosimetria della pena, troppe decisioni che lasciano l’amaro di un’occasione mancata.
Non sono ingenua: non credo che un referendum possa cambiare tutto.
Ma può incrinare un sistema chiuso. Può restituire un margine di libertà a chi giudica. Può riaccendere una speranza.
Io voto Sì.
Non per rabbia.
Non per vendetta.
Ma perché continuo a credere che la giustizia possa essere migliore di così.
Anche di poco.
Perché a volte è proprio quel poco che fa la differenza. Spero!
*Avvocato
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