Referendum, giustizia e scuola: parla l'avvocato Iacopino

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  02 febbraio 2026 16:53

di EDOARDO CORASANITI

 

Francesco Iacopino è una delle voci più impegnate nel dibattito sulla giustizia in Calabria. Avvocato penalista e presidente della Camera Penale di Catanzaro, è da anni sul sul campo in difesa delle garanzie costituzionali, del giusto processo e dei principi liberali dello Stato di diritto.

In questa intervista affrontiamo con lui il “caso scuole”, nato dalle polemiche tra Camera Penale e Anm su un progetto di educazione alla legalità, e il clima che si è creato intorno al referendum sulla separazione delle carriere. 

Avvocato, che pasticcio… Che cosa è successo, alla fine? Tra tutte queste sigle qualcuno si è perso e non ci ha capito niente.

In realtà è tutto molto semplice. I nostri giovani avvocati penalisti sono andati in una scuola a parlare di educazione alla legalità e di principi costituzionali, come il giusto processo. Nel farlo, in modo del tutto naturale, si è parlato anche di separazione delle carriere. Nessuno scandalo: sono temi che si discutono da sempre, a scuola come all’università. Anche i magistrati affrontano questi argomenti nelle scuole e con le scuole, spesso senza contraddittorio e in piena autonomia: è successo a Napoli, perfino durante la presentazione del Comitato per il No, e succede in Veneto e in molte altre parti d’Italia. Il diritto si studia e si discute. Il problema è nato perché l’ANM di Catanzaro, consultando il nostro sito, ha scambiato un osservatorio interno della Camera penale per uno del Ministero dell’Istruzione e il programma biennale 2026-2027 degli Osservatori Giovani e MIUR – anch’essi interni e accorpati – per un protocollo d’intesa con il medesimo Ministero. Da qui l’idea che ci fosse un accordo per fare, sotto la copertura dell’educazione alla legalità, un’attività di indottrinamento in vista delle elezioni. Nulla di più sbagliato. Con un po’ di prudenza si sarebbe evitato un polverone che poi è sfuggito loro di mano.

 

Volevate portare le bandiere del Sì tra i banchi di scuola o no?

No, noi non portiamo nessuna bandiera tra i banchi di scuola. Semmai siamo portatori dei valori liberali sui quali è edificata la nostra civiltà del diritto. È con questo patrimonio culturale che ci confrontiamo con gli studenti, cercando di far comprendere loro di quale storia sono figli. Quello che colpisce è, invero, la superficialità con la quale si è voluto leggere il programma degli osservatori pubblicato sul sito della nostra Camera Penale. Sarebbe bastata una lettura scevra di fraintendimenti per rilevare che il programma all’ultimo capoverso individua la ulteriore attività che gli osservatori Miur e Giovani organizzeranno, attraverso eventi sociali e di convivialità, nonché forum, campagne pubblicitarie e slogan rivolti alla comunità tutta e non funzionali a indottrinare gli studenti delle scuole superiori.

Semmai, questa vicenda ha fatto emergere qualcosa di diverso e, francamente, inquietante. In molte scuole si adottano libri di testo che descrivono la separazione delle carriere come una riforma pensata per limitare l’indipendenza della magistratura. A sua volta, l’indipendenza viene indicata come il valore che avrebbe reso possibili i maxi-processi di Palermo degli anni Ottanta. Il messaggio implicito è chiaro: separazione delle carriere uguale indebolimento della lotta alla mafia. È una rappresentazione non solo di parte, ma falsa. E dimostra che un certo livello di indottrinamento esiste già nelle scuole, e certamente non proviene dalle Camere penali. Qualcuno dovrebbe farsi carico di questo scandalo.

 

Almeno si è parlato di voi a livello nazionale. Contento?

No, non c’è nulla di cui essere contenti. La visibilità non è un valore in sé, soprattutto quando nasce da un equivoco e rischia di distorcere il dibattito. Parlare a livello nazionale serve solo se aiuta a chiarire i temi, non se li trasforma in uno scontro ideologico. Se c’è un aspetto positivo, è che questa vicenda ha mostrato quanto sia difficile discutere serenamente di giustizia in Italia e quanto certi tabù siano ancora forti. Ma non è una soddisfazione: è semmai la conferma della necessità di un serio lavoro culturale.

 

Parliamo di referendum. Come sta andando la campagna per il Sì?

Sta andando bene. Il tema è tecnico e non sempre immediato, per questo stiamo parlando con i cittadini per spiegare che si tratta di una riforma attesa da oltre quarant’anni e che votare Sì significa rafforzare una visione liberale e moderna della giustizia, completando il percorso avviato nel 1988 e consolidato nel 1999 con il principio costituzionale del giusto processo. Fino al 1988, in Italia ha resistito un processo di tipo inquisitorio, di matrice fascista, in cui giudici e pubblici ministeri condividevano carriera e prospettiva, cooperando di fatto verso un unico obiettivo: la condanna dell’imputato, presunto colpevole. Con il nuovo codice del 1988 il legislatore ha compiuto una scelta netta, archiviando il codice Rocco e adottando un modello accusatorio, più moderno e coerente con la Costituzione, fondato sul contraddittorio, per rafforzare le garanzie dei cittadini e ridurre il rischio di errore della giustizia umana. È in quel passaggio che nasce il tema della separazione delle carriere, non come scelta ideologica ma come conseguenza naturale del nuovo processo. Il modello accusatorio si fonda sulla parità delle parti e sulla presunzione di innocenza e richiede una struttura chiara: due parti in conflitto davanti a un giudice che deve essere non solo imparziale, ma realmente terzo. In questo senso, la separazione delle carriere serve a garantire un giudice più distante dal pubblico ministero e un processo pensato come strumento di tutela del cittadino.

 

Molti sostenitori del No sostengono che, però, la separazione delle carriere riguardi pochi casi ogni anno. È un problema di numeri o di altro?

Il problema è posto male. È vero che nel 2006 è stata introdotta la separazione delle funzioni, ma quella riforma non ha inciso, né poteva incidere, sul cuore della questione. Il punto non è limitare i passaggi di ruolo, ma superare l’appartenenza allo stesso corpo. Finché pubblici ministeri e giudici resteranno colleghi, inseriti nella stessa struttura organizzativa, continueranno a condividere interessi che riguardano carriere, valutazioni, assegnazioni e prospettive professionali. La Costituzione non si accontenta di una terzietà affidata all’etica individuale: chiede una terzietà di struttura. Il giudice deve non solo essere imparziale, ma anche apparire tale. Se, come dice la Costituzione, un processo è davvero giusto solo quando si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità e davanti a un giudice terzo e imparziale, allora è evidente che separare chi accusa da chi giudica è una precondizione. Vorremmo mai essere giudicati da un arbitro che condivide spogliatoio e interessi con una delle squadre in campo? Difficile considerarlo davvero terzo. È per questo che, come ricordava Giuliano Vassalli, Padre del nuovo codice, senza separazione delle carriere il rinnovamento del processo resta incompiuto.

 

Il voto di marzo è davvero così importante?

Sì. Il voto di marzo è una straordinaria occasione per allineare l’Italia alle democrazie moderne: Stati Uniti, Canada, Portogallo, Spagna, Francia, Inghilterra, Paesi scandinavi, Pesi Bassi, Belgio, Austria, Svizzera, Giappone, Australia, India, Argentina, Brasile. In tutti questi Paesi la distinzione tra chi accusa e chi giudica è la regola, non l’eccezione. L’Italia è rimasta un’anomalia, insieme a Bulgaria, Turchia, Romania, Pakistan, Arabia Saudita, Cina, Russia (può bastare?). Questo referendum non è un salto nel buio, ma un riallineamento culturale e istituzionale che rafforza la terzietà del giudice, l’equilibrio dei poteri e la fiducia dei cittadini nella giustizia.

 

Il sorteggio a che cosa serve?

Il sorteggio serve a ridurre il peso dell’ANM e delle correnti sul CSM. L’attuale sistema elettorale ha favorito nel tempo meccanismi di cooptazione che hanno inciso sulla credibilità dell’organo di autogoverno: oggi, di fatto, per diventare presidente di Tribunale o procuratore della Repubblica è necessario appartenere a una corrente. E la vicenda Palamara ha mostrato in modo plastico come funziona il sistema correntizio. Il sorteggio non cancella il merito, ma interrompe automatismi consolidati e restituisce centralità alla funzione istituzionale del CSM, distinguendo l’autogoverno dalla rappresentanza associativa. È una riforma che rafforza l’indipendenza della magistratura e rende il Consiglio più credibile agli occhi dei cittadini. Mi auguro che questo messaggio passi con chiarezza, nonostante i tentativi dei sostenitori del No di spostare il confronto dalle idee agli allarmismi e alle suggestioni, come dimostrano anche alcune campagne pubblicitarie fuorvianti che hanno creato tensioni all’interno della stessa ANM.

 

È un voto sul Governo?

Assolutamente no. Questo non è un voto politico, ma un voto per la giustizia e per i cittadini. Serve a dare piena attuazione al modello accusatorio e al principio del giusto processo.

Ridurre il referendum a un giudizio sul Governo significa spostare l’attenzione dal merito. I governi passano, le regole della giurisdizione restano. Qui non si vota per qualcuno o contro qualcuno: si vota per lo Stato di diritto, per un giudice davvero terzo e per una giustizia più credibile e più giusta.

 


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