Referendum giustizia, Furriolo: “Non votiamo contro Meloni, ma per la giustizia imparziale”

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Marcello Furriolo

  08 marzo 2026 11:54

di MARCELLO FURRIOLO

Laltra sera ho ricevuto una delle periodiche telefonate di un caro amico, compagno di sogni e utopie giovanili, di rivoluzione culturaledella nostra asfittica realtà di provincia, a Catanzaro dove avevamo avuto il privilegio di incontrare Pier Paolo Pasolini, col quale realizzai una, per me memorabile, intervista pubblicata sul primo numero del mitico Manifestonellaprile 1964. Poi i tempi cambiano, le regole ineluttabili della vita creano nuovi e imprevedibili percorsi e le strade si dividono.

Ma secondo te si può consentire alla Meloni di utilizzare questo referendum per vincere le prossime elezioni?Elesordio di Nicola nella nostra conversazione. Non lo faccio finire e, forse alzando la voce, gli dico che il problema non è la Meloni e che il referendum riguarda la separazione delle carriere dei magistrati non il futuro Governo che uscirà dalle elezioni del prossimo anno. Ma è evidente che la discussione in questi termini non può continuare, perché nel merito della riforma le idee del mio fraterno amico appaiono solo funzionali alla radicale motivazione politica e partitica. NO alla riforma per dire NO alla Meloni. Questa la partita in gioco. Il resto è fuffa.

Forse perché il centrodestra non ha avuto la capacità di gestire una riforma sul cui merito il sentiment della stragrande maggioranza degli italiani era favorevole. E che i tempi, la modalità di approvazione, la narrazione del suo significato affidata, per lo più, a narratori poco credibili, anziché a professionisti come, ad esempio, lavv. Enzo Joppoli, che ieri sera ha tenuto una lezione magistrale al Circolo di Catanzaro sulle ragioni del SI, è apparsa erroneamente quasi una ripicca punitiva e una partita tutta interna a una parte della politica contro una parte della Magistratura. Con la scelta rischiosa di una riforma parziale del Sistema Giustizia attraverso la sacralità della modifica costituzionale. Un terreno sdrucciolevole sul quale, con ben maggiore qualità, era scivolato Matteo Renzi, con le conseguenze che tutti conosciamo e che forse hanno prodotto non pochi rimpianti. Oggi il confronto è completamente dirottato sul terreno più favorevole agli oppositori della riforma (si spiega il forte recupero e forse il sorpasso del NO) cioè quello dello scontro politico destra-sinistra, contro Giorgia Meloni. Ecco allora che anche ambienti professionali insospettabili, di sicura cultura democratica e libertaria, oggi sostengono la causa del NO, con argomenti che riguardano più quello che non c’è nella riforma ( e non poteva esserci ) che la lettera del quesito referendario. Che non prevede affatto la subordinazione del PM allEsecutivo. Ma è evidente che, ancora una volta, la Destra al potere non riesce ad argomentare in modo convincente il perché di certe scelte: una causa giusta difesa col metodo sbagliato. Si tratti della giustizia o dellattacco allIran.

Il 26 marzo 2019 lamico Enzo Paolini, nellambito delle tante e pregevoli iniziative da lui promosse per il Premio Silami invitò a presentare assieme a Luciana Castellina e Vittorio Cappelli il libro Un secolo e poco più” di Luigi Saraceni, già parlamentare comunista e magistrato, tra i fondatori di Magistratura Democratica. Un libro che conservo gelosamente tra i capolavori della mia biblioteca e che mi ha dato lopportunità di conoscere una figura straordinaria di Uomo, Magistrato, Politico e Padre, che rappresenta un esempio da indicare alle nuove generazioni. Il libro attraversa con grande qualità intellettuale e narrativa cento anni di storia del nostro Paese, con ampi scorci della vita della nostra Calabria. Di grande attualità sono le pagine intense, lucide e di assoluto equilibrio dedicate da Luigi Saraceni alla figura del Magistrato.

Pagine che andrebbero lette ai giovani magistrati prima del loro giuramento alla Repubblica, quando assumono limpegno di conciliare il senso di giustizia con il formale rispetto delle regole. Dice Saraceni ogni fatto da giudicare è una storia, una microstoria, che a volte, per il protagonista del processo, è la storia della vita. In questo spazio tra leale interpretazione della legge e fedele ricostruzione, fare giustizia richiede passione civile, senza la quale il mestiere di giudice rischia di diventare burocratica e routinaria applicazione della legge. Indispensabile è la capacità di essere imparziale, indipendente anche dalla propria passione.Saraceni ricorda: Nel momento in cui sono entrato in magistratura il richiamo alla Costituzione era per molti magistrati, in particolare nelle giurisdizioni superiori, poco meno che un atto di sovversione dellordine costituito. In

quegli anni era in corso un vero e proprio scontro tra Cassazione, che con capziose interpretazioni si ostinava a difendere le più retrive disposizioni dellordinamento fascista, e la Corte Costituzionale, che già con la sua prima sentenza (gennaio 1956) aveva affermato la prevalenza della Costituzione repubblicana sulle norme del vecchio regime.

Ovviamente Saraceni parla anche del rapporto tra politica e magistratura e, a proposito del Decreto Biondi, che prevedeva il drastico ridimensionamento della custodia cautelarebocciato dal Parlamento durante Tangentopoli, contesta senza mezzi termini una prova di subalternità della politica alla giustizia.

Saraceni non parla chiaramente di separazione delle carriere dei magistrati, ma è evidente la sua idea della giurisdizione, in cui si staglia la figura del Giudice imparziale e indipendente rispetto alle parti costituite da Accusa e Difesa.

Non finirò mai di ringraziare Enzo Paolini per questa opportunità che mi ha regalato. Di forte attualità in queste giornate complesse, che ci restituiscono, purtroppo, unidea di laicismo zoppo allitaliana, per cui è stato più facile ottenere lo scioglimento del matrimonio religioso, che la separazione delle carriere dei magistrati.      

   


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