
In questo Paese il cambiamento trova sempre molte resistenze. Il prossimo 23 marzo abbiamo la possibilità di dimostrare che l’Italia sa portare a compimento processi di riforma e non ha paura di compiere percorsi di evoluzione.
Dire sì alla separazione delle carriere dei magistrati e ai meccanismi che regolano un più corretto ordinamento della giustizia ispirato ai principi dell’equità, della terzietà, della responsabilità, della trasparenza, è un passo che accresce la cultura democratica di stampo montesquieuiano cui un moderno ordinamento giudiziario deve ispirarsi. Perché, lungi dall’indebolire il potere della magistratura, la cui autonomia è scolpita anche nel nuovo dettato dell’articolo 114 della Costituzione, la riforma rafforza il criterio di imparzialità e la garanzia costituzionale dell’equo processo.
Nessuno di noi punta a stravolgere o tradire la Carta costituzionale. La legge di riforma vuole invece aumentare le sue tutele. Perché l’intento dei padri costituenti non era quello di creare un organo, il CSM, all’interno del quale venissero organizzate e prolificassero associazioni e correnti politiche in grado di influenzare nomine, lanciare od ostacolare carriere dei colleghi. E non immaginavano che si sarebbe arrivati a questo parossismo che rappresenta, esso si, un tradimento dello spirito costituzionale.
Sappiamo bene che le funzioni della magistratura sono già separate, ma questo ancora non avviene per le carriere. A chi sostiene che i numeri dei passaggi tra la magistratura giudicante e quella requirente sono irrisori, risponderei che la Legge, per sua natura e al di là delle cifre, regola criteri e modalità del vivere in comune. E sarebbe intellettualmente poco onesto continuare a difendere uno status quo che negli anni ha mostrato distorsioni innegabili.
Autonomia e indipendenza della magistratura vanno sempre difese a garanzia stessa della Giustizia. Solo solo chi è in malafede può ritenere che non sia nell’interesse collettivo farlo. E il dato che il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, un dovere cui adempiere con responsabilità, resti un caposaldo costituzionale dovrebbe di per sé sgombrare il campo da narrazioni sommarie.
Affermare invece che il meccanismo di composizione dei nuovi CSM indebolisca i magistrati non corrisponde a verità perché entrambi i Consigli saranno composti per i due terzi da togati. Inoltre separare le due carriere e rafforzarne la settorializzazione e la specializzazione non può che accrescerne il profilo di autorevolezza nell’esercizio dei delicatissimi compiti che ha la magistratura.
Questo referendum è purtroppo diventato il campo di battaglia di una guerriglia politica e ideologica “a prescindere”. E questo non giova né all’Italia, né ai cittadini, né a chi reclama una giustizia equa e giusta. Il malaugurato messaggio che spesso si è cercato di fare passare è che si tratti di una riforma contro la magistratura. Bisogna invece ricordarsi che le riforme non si fanno contro qualcuno, ma a beneficio della collettività.
Il mio partito, Fratelli d’Italia, in questa campagna elettorale è stato in prima linea, grazie al lavoro del nostro coordinatore regionale Wanda Ferro, per spiegare il merito della riforma e ha quindi organizzato una molteplicità di iniziative su tutto il territorio regionale per chiarirne humus e dettagli al maggior numero di cittadini possibile. Il nostro obiettivo è migliorare le regole di convivenza di tutti attraverso il rafforzamento di certe garanzie. Perché un voto informato è un voto consapevole.
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