Referendum. L'intervista ad Aldo Truncè: "Votare Sì per cambiare il sistema giustizia e avere un giusto processo"

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  22 gennaio 2026 08:46

di EDOARDO CORASANITI

Aldo Truncè è un avvocato ed è anche presidente della Camera Penale "Giuseppe Scola" di Crotone. E come la maggior parte dei suoi colleghi, al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 andrà a votare Sì. Perché, a quanto si legge dalle risposte, alla riforma sulla separazione delle carriere tra giudicanti e inquirentini ci crede. Davvero. In fondo, è una battaglia dell'avvocatura già in tempi distanti da questo Governo. "E' giusto", ripete il legale e si legge nello slogan del Comitato Camere Penali per il Sì.

Il Comitato per il No sostiene che i quesiti referendari rischiano di indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, favorendo il potere politico. Cosa c’è di vero?

Assolutamente nulla, ed è bene chiarirlo subito per non intossicare il dibattito. L’autonomia della magistratura è un pilastro che i nostri Padri Costituenti, figli (o meglio si direbbe “nipoti”) dell’Illuminismo, hanno scolpito nel marmo della nostra Carta Fondamentale. È un principio sacrosanto e, lo dico con fermezza, inviolabile. Questa riforma non tocca minimamente l’articolo 104 della Costituzione: la magistratura resta un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Anzi, ne uscirà paradossalmente rafforzata. Prevedere due organi di autogoverno distinti non significa "punire" i magistrati, ma proteggere la loro indipendenza proprio isolando le diverse funzioni. Una magistratura più specializzata e meno autoreferenziale è, per definizione, una magistratura più forte.

Uno degli argomenti del fronte del No è che il referendum semplifichi temi complessi che dovrebbero essere affrontati dal Parlamento. Perché lo strumento referendario è appropriato in questo caso?

C’è un paradosso in questa critica. Parliamo di organi di rilievo costituzionale: per cambiare la struttura del CSM non basta una legge ordinaria approvata in fretta in una commissione parlamentare; serve un percorso di rango costituzionale. Noi dei comitati territoriali siamo qui proprio per "tradurre" tecnicismi che altrimenti resterebbero chiusi nelle aule universitarie. Ma c’è un punto politico decisivo: il nuovo meccanismo di nomina sarà predeterminato a monte. Non sarà più una legge dello Stato, magari influenzata dalle contingenze politiche del momento, a decidere le regole del gioco in corsa. Con il referendum, il cittadino riprende in mano il potere di riforma: se vota Sì, sceglie un modello studiato nei dettagli che nessun partito, di destra o di sinistra, potrà manipolare a proprio piacimento in futuro. È la massima garanzia di stabilità.

Dal punto di vista di un avvocato, il referendum mira a colpire la magistratura o a riequilibrare il rapporto tra accusa, difesa e giudice?

Nessun avvocato serio ha interesse a "colpire" la magistratura. Noi abbiamo bisogno di magistrati autorevoli. Ma vogliamo un giudice che sia davvero terzo, una figura super partes che sia culturalmente e professionalmente "altro" rispetto al Pubblico Ministero. Se l’accusa e il giudice hanno la stessa formazione e condividono la stessa carriera e gli stessi organi di autogoverno, il rischio di un’osmosi culturale è inevitabile. Alla fine degli anni '80 abbiamo scelto un processo accusatorio basato sulla parità tra le parti, oggi dobbiamo avere il coraggio di adeguare la Costituzione a quella scelta. È ora di allinearci alle grandi democrazie occidentali: il PM è un avversario leale, la difesa è il baluardo dei diritti, e il giudice deve stare nel mezzo, alla stessa distanza da entrambi.

Ipotizziamo che vinca il Sì. Cosa cambia davvero per i cittadini?

Cambia la percezione e la sostanza della giustizia. Per il cittadino imputato — che, ricordiamolo, è presunto innocente fino a prova contraria — cambierà tutto. Entrando in un’aula di tribunale, non avrà più la sensazione di essere un estraneo al meccanismo processuale. Avrà la certezza di giocare ad armi pari con l’accusa. È una rivoluzione di civiltà: chi ti giudica non sarà più il collega di chi ti accusa.

Ma è vero che il problema delle "porte girevoli" tra magistratura requirente e giudicante è marginale, visti i pochi casi annuali?

Guardi, il fatto che siano pochi a cambiare "casacca" è quasi una fortuna, ma non sposta il cuore del problema. Ogni giudice che decide di farsi accusatore è, psicologicamente, un PM aggiunto che ha operato sotto mentite spoglie fino al giorno prima. È una questione di forma mentis. Io, da avvocato, non sognerei mai di fare il Pubblico Ministero, né tantomeno il giudice: sono ruoli che richiedono attitudini umane e psicologiche opposte. Se la cultura è la stessa, la separazione rimane solo sulla carta. Le porte devono essere chiuse non per punizione, ma per igiene democratica.

I critici dicono che la riforma non incida sulla lentezza dei processi. In che modo il Sì aiuta l'efficienza?

Sostenere che questa riforma non serva perché non velocizza i processi è un errore di prospettiva grossolano, quasi una cattiveria dialettica. È come se si criticasse l'installazione di airbag in un'auto perché non ne aumentano la velocità massima. L'airbag serve a salvarti la vita se fai un incidente, non ad arrivare prima in ufficio. Qui non stiamo parlando di cronometri, ma di qualità della decisione. Una giustizia lenta è un male, ma una giustizia "veloce" ottenuta sacrificando l'imparzialità del giudice è un pericolo pubblico. Noi vogliamo che il processo sia giusto, poi lavoreremo anche per renderlo più rapido, ma le due cose non vanno confuse.

C'è il rischio che diventi un referendum pro o contro il governo, un voto su Giorgia Meloni?

Il rischio c'è sempre quando la politica è polarizzata, ma dobbiamo essere maturi. Questa non è una riforma "di governo", è una riforma di sistema. Io riscontro con immenso piacere che molti colleghi e amici storicamente legati al centro-sinistra voteranno Sì. Hanno capito che qui in gioco non c'è il gradimento di un leader, ma la garanzia di libertà della giurisdizione. Bisogna votare in scienza e coscienza: l'indipendenza del giudice è un valore che non ha tessera di partito.

Sembra una sfida tra squadre: avvocati per il Sì contro magistrati per il No. È così?

È una narrazione giornalistica comoda, ma falsa. Conosco moltissimi magistrati, professionisti seri e stimati, che sono favorevoli alla riforma. Sono i primi ad essere stufi della politicizzazione esasperata all'interno delle loro stesse mura, del potere delle correnti che ha mostrato in tutta la sua sgradevolezza ma non è stato affatto sconfitto. Molte toghe vogliono tornare a fare i giudici, liberi da logiche di appartenenza.

Avvocato, in definitiva, perché votare Sì?

Perché è l'atto di coerenza che il nostro sistema attende dal 1989. Abbiamo un processo penale che vuole essere moderno e accusatorio, ma che poggia ancora su un’architettura dei poteri vecchia e ambigua. Votare Sì significa finalmente allineare la Costituzione al processo accusatorio, garantendo che chi giudica e chi accusa non appartengano più alla stessa "famiglia" professionale. Non è una battaglia contro qualcuno, ma una scelta per la trasparenza e per la dignità del cittadino: è il passaggio necessario per assicurare che la parità delle armi non sia solo un nobile principio scritto sulla carta, ma una realtà tangibile in ogni processo.

 

 

 


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