Riflessione di Brugnano (FSP) 25 anni dopo il G8 di Genova: "L'altra vittima dimenticata"

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L’ex carabiniere Mario Placanica

  18 luglio 2026 16:18

di GIUSEPPE BRUGNANO*

A due giorni dal 20 luglio, che segna i 25 anni da ciò che accadde durante il G8, mentre a Genova si sviluppa un dibattito che appare, ancora una volta, a senso unico, sento il dovere di offrire una riflessione diversa. Non per riscrivere la storia, né per contestare le sentenze, ma per riportare al centro una vicenda umana che, troppo spesso, è stata rimossa dal racconto pubblico.

Parto dall'assunto che questo Paese ha bisogno, ciclicamente, di essere teatro di discussioni infinite, logore e perniciose che, prendendo spunto dalla cronaca storica, politica o meramente giudiziaria, alimentano, appunto in modo ciclico, l'argomento solo ed esclusivamente per innalzare il proprio steccato ideologico, la propria verità, il proprio insindacabile giudizio.

Proporrei quindi a me stesso di estraniarmi dalle mie convinzioni e partecipare all'analisi dei fatti quale mero osservatore, in modo critico e non pregiudiziale.

Uno sforzo immane, per me che indosso una Divisa, quasi impossibile da realizzare anche mettendocela tutta.

Perché indossare una Divisa, ora come allora, in quel 2001 al G8 di Genova, significa incarnare un mondo fatto di legge, ordini, contraddizioni, freddezza e umanità, passione e disgusto che, giocoforza, deve avere a che fare con il tuo essere, con la tua persona, quella nascosta in un angolo e che spesso non può emergere. Deve fare spazio a te in Divisa.

Significa essere incastonati in un ruolo che gli altri – giudici, politici, studenti, commercianti, artigiani, professionisti – hanno già precostituito e catalogato a seconda delle loro convinzioni, dei loro vissuti e delle loro visioni.

E questo modo di interpretare la storia di chi indossa un' Uniforme non cambia.

È il caso di Mario Placanica, robusto ragazzo di Catanzaro, la mia stessa città, con addosso una divisa da Carabiniere, chiuso in una camionetta dell'Arma, in una strada sconosciuta di Genova, paralizzato dalla paura mentre tutto brucia e soprattutto tutto tuona. Non regge, fa emergere sé stesso attraverso la naturale, umana e ancestrale risposta che ogni essere umano propone di fronte a un'azione perpetrata o percepita come un pericolo imminente per la propria incolumità.

Reagire per non morire. Quanto di più naturale e umano esiste? Cosa connota la radice dell'essere umano più di ogni altra cosa? Sopravvivere ad ogni costo.

Semplice come ragionamento, cui poi dobbiamo addizionare anni di cultura e civiltà giuridica, circostanze di luogo e di tempo, uso legittimo delle armi o legittima difesa, proporzione fra violenza e risposta alla violenza, quelle posizioni ideologiche che si fronteggiano e poco apprezzano l'obiettività del fatto, l'interpretazione delle norme, i gradi di giudizio, l'umore dei tempi, il condizionamento dell'opinione pubblica.

Tutto si alimenta e allo stesso tempo si confonde di fronte a quel ragazzo di Calabria cui nessuno ha mai chiesto: come stai? È diventato strumento di odio e di canalizzazione della rabbia dei movimenti politici che più "democratici" non si può; peso ingombrante per chi ha bisogno che intervenga al più presto il silenzio o quantomeno si abbassino i toni delle arringhe; esempio da non ripetere e simbolo di commiserazione per molti, addirittura un eroe per qualche esaltato.

Insomma, tutti, ma proprio tutti, hanno giocato, certamente in modo inconsapevole, con Placanica, cui nessuno, dopo anni di giogo mediatico, per lustri di avversione o di indifferenza istituzionale, ha mai chiesto: come stai?

Quel ragazzo di Calabria non esiste più, così come non esiste più il suo avatar di carabiniere. Che sia l'altra vittima di quel luglio spaventoso, i pochi dalla buona coscienza lo riconoscono da sempre. Quella vittima che sopravvive fra voci e incubi quotidiani, quella che non avrà mai il riconoscimento dell'élite e dei Capi di questa Nazione per ciò che ha sofferto e per ciò che continua a soffrire per aver indossato sulla propria persona una Divisa.

Quella vittima cui rimangono soltanto l'amore dei suoi cari, la pensione dello Stato e l'affetto di qualche amico.

Quella che ha messo una Divisa e che, in fondo, è morta con gli alamari addosso.

Anche lui, in quel 20 luglio del 2001.

*Segretario Nazionale FSP Polizia di Stato


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