Rinascita Scott. Videochiamate e smartphone in cella: Mancuso racconta le comunicazioni col fratello dal carcere di Secondigliano

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images Rinascita Scott. Videochiamate e smartphone in cella: Mancuso racconta le comunicazioni col fratello dal carcere di Secondigliano

  16 aprile 2021 08:05

di EDOARDO CORASANITI

Cellulari smartphone disponibili in carcere per fare videochiamate con il fratello, la sorella e la madre. Il prezzo, per Giuseppe Salvatore Mancuso, era di 3mila di euro da versare ad un secondino della Polizia penitenziaria di Secondigliano. Almeno così racconta nel verbale del 29 giugno 2018 un altro Mancuso, Emanuele, 33 anni, collaboratore di giustizia, figlio di Pantaleone Mancuso (alias "L'ingegnere") e nipote di Luigi. La descrizione su cosa e come avvenivano le comunicazioni dal carcere di Secondigliano (Napoli) è presente a pagina 53 del verbale che solo ora è disponibile alle difese degli imputati di "Rinascita Scott", il maxi processo contro le cosche del Vibonese in corso d'opera nell'aula bunker di Lamezia Terme. 

E se ieri per gli avvocati è stato il primo round del controesame nei suoi confronti (LEGGI QUI IL RESOCONTO DELL'UDIENZA DI IERI), le stesse difese hanno potuto leggere le dinamiche e le modalità di accesso ai canali di comunicazione che, per Mancuso, avrebbero offerto l'opportunità a Giuseppe Salvatore di tenere un occhio sempre puntato sull'esterno. Emanuele fa mettere nero su bianco che suo fratello "mandò una lettera fuori dal carcere a Pantaleone Perfidio e poi che lui la consegnò a me: si trattava di una lettera nella quale mi chiedeva di acquistare dei telefonini e delle Sim card".

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Il pentito dice di aver speso 3.000 euro per questa operazione,: "1.500 per acquistare 5 telefonini criptati e altrettanti per la guardia carceraria di Secondigliano che avrebbe provveduto a farglieli avere in carcere dove all'epoca era detenuto. Consegnai ad un fratello della fidanzata di un detenuto - compagno di cella di mi fratello - i 1.500 euro da dare alla guardia e 4 telefonini rigenerati, comprati su internet sui quali ho installato gli applicativi di WhatsApp e altre applicazioni". Il quinto telefono invece sarebbe rimasto in dotazione ad Emanuele. Ed ecco che il meccanismo funziona, con Giuseppe Salvatore Mancuso  che  "mi ha contattato con una videochiamata, effettuata su un programma di cui ora non ricordo il nome. Al momento non so dire quali eventuali altri contatti ha avuto mio fratello con questo telefono".

Fino a quando però il gioco non si interrompe. O meglio, così vogliono far credere al padre, Pantaleone: "Mio fratello volle parlare sia con mia sorella Cristina D'Amico, sia con le nipoti che con mia madre. Ma come lo seppe mio padre successe il finimondo: si arrabbiò molto e quindi mia madre - su indicazione di mio padre - si fece consegnare da me il telefono che ho svuotato dei dati contenuti. Quindi ho preso un altro telefono uguale e ho scaricato le stesse applicazioni che ho continuato ad impiegare per contattare mio fratello fino a quando non lo hanno trasferito". 

A pagina 53 del verbale Emanuele Mancuso parla ancora del padre, che "durante la sua irreperibilità, frequentava tanto  il territorio di Joppolo, in particolare un vecchietto dei Burzì. So che andava d'accordo con Giuseppe D'Angelo e con Stefano Polito e lo seppi perché mi recai un giorno alla casetta, sequestrata per abuso edilizio, e li vidi bere del vino in compagnia di altri soggetti nel momento in cui era irreperibile". 

Lunedì, martedì e mercoledì continuerà il controesame di Emanuele Mancuso








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