Safe City, la Procura chiede l'archiviazione ma nella procedura c'era "una grave anomalia"

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  11 giugno 2019 14:16

La richiesta della Procura di Catanzaro è l’archiviazione, ma molte ombre restano dietro il progetto Safe City. Il mega appalto da oltre 23 milioni di euro che avrebbe dovuto portare le telecamere in ogni angolo del capoluogo. Con il provvedimento del 5 aprile scorso, firmato dal sostituto procuratore Pasquale Mandolfino, e controfirmato dal procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla, si chiede al gip di archiviare la posizione del comandante dei vigili urbani Giuseppe Antonio Salerno, indagato per abuso d’ufficio, e la giunta Abramo, la versione a cavallo del 2012-2013, per il presunto falso ideologico configuratosi con la delibera di approvazione dello studio iniziale del progetto Safe City. Proprio quella delibera, si legge nella richiesta di archiviazione, comunque «appare viziata da una grave anomalia». L’anomalia sarebbe nel fatto che l’iniziale affidamento, a titolo gratuito, dell’ideazione del progetto alla società israeliana Bunkersec sarebbe diventato in realtà poi un vincolo per l’ente di aggiudicare in un secondo momento la gara della realizzazione del sistema di videosorveglianza. Una sorta di esclusiva per l’azienda con sede a Tel Aviv, che poteva mettere le mani su un affare del valore appunto di quasi 23,2 milioni. La clausola era contenuta nella convenzione stipulata fra Comune e Bunkersec nell’agosto 2012.  In altre parole ci sarebbe stata una gara “preconfezionata” senza alcuna procedura aperta, in violazione delle previsioni del Codice degli appalti. «Ciò ovviamente – annota la Procura- sarebbe avvenuto in evidente spregio del più elementare principio operante nell’affidamento di commesse pubbliche ed identificabile del principio della gara tra più imprese partecipanti e nell’aggiudicazione finale all’impresa che offra le condizioni più vantaggiose». Del Grande Fratello catanzarese, come fu ribattezzato dalle associazioni e da esponenti politici che contrastarono a quel tempo l’idea e da cui è nata la stessa inchiesta, non se ne fece nulla essenzialmente perché Safe City non aveva ottenuto alcuna copertura finanziaria dalla Regione attraverso l’utilizzo dei fondi comunitari. La richiesta di archiviazione per Sergio Abramo, Baldo Esposito, Vincenzo Belmonte, Rita Cavallaro, Stefania Lo Giudice, Massimo Lo Monaco, Giovanni Merante e Giampaolo Mungo (in qualità di membri dell’esecutivo municipale) da un lato, e del comandante Giuseppe Antonio Salerno e Vincenzo Saladino (rappresentante della Bunkersec) dall’altro, è arrivato pure perché oramai era scattata la prescrizione. Per i reati contestati è di sei anni. Resta però il fatto che le condotte amministrative, così come descritte dagli inquirenti, non lasciano una bella immagine al Comune di Catanzaro.  

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