
di FILIPPO COPPOLETTA
Alla fine restano le luci, quelle che lentamente si spengono. Restano i colori sui muri, le fotografie, i video, le voci di chi è arrivato da lontano e quelle di chi, invece, questo paese lo vive ogni giorno. Restano soprattutto gli abbracci e le lacrime di chi, dopo undici giorni di lavoro, si è ritrovato ancora una volta a fare i conti con la consapevolezza di aver costruito qualcosa di grande.
LuceFest chiude la sua settima edizione con il sorriso e con numeri che raccontano meglio di qualsiasi parola la portata di una scommessa diventata realtà. San Pietro Magisano è stato attraversato da non meno di ventimila persone in undici giorni, arrivate da ogni angolo della Calabria per assistere ai concerti, scoprire i nuovi murales, partecipare agli appuntamenti culturali e vivere l'atmosfera di un festival che, anno dopo anno, ha smesso di essere soltanto una manifestazione locale per diventare una vera esperienza di territorio.
Un piccolo centro dell’entroterra catanzarese è riuscito così, ancora una volta, a diventare una destinazione. Migliaia di persone hanno raggiunto il borgo, con una ricaduta importante anche sulle attività economiche locali, confermando concretamente come cultura, arte e intrattenimento possano diventare strumenti di promozione e sviluppo per le aree interne.

E mentre San Pietro Magisano si riempiva di visitatori, il festival correva anche sul web, con milioni di interazioni sui social, immagini e video delle serate, delle opere e degli artisti capaci di oltrepassare i confini della Calabria e portare il nome del piccolo borgo a un pubblico sempre più vasto.
È stata una settima edizione che ha saputo mantenere tutte le anime di LuceFest, riuscendo però ad alzarne ancora una volta l'asticella.
Sul fronte musicale, il pubblico ha risposto con entusiasmo ai grandi appuntamenti del cartellone. Shade ha portato energia e partecipazione, soprattutto dal pubblico più giovane, mentre l'attesissima esclusiva regionale di Alborosie & Shengen Clan ha rappresentato uno dei momenti più importanti dell'intera manifestazione, insieme al gran finale di Nostalgia90 che ha fatto cantare e ballare la piazza fino a notte.

Ma il vero spettacolo, quello destinato a rimanere anche quando il palco sarà ormai vuoto, è sui muri. Le opere realizzate durante questa edizione hanno aggiunto nuovi capitoli a quel museo diffuso che negli anni ha trasformato il paese attraverso l'arte urbana. Jorit, Christian Sasa, Claudio Chiaravalloti, Tony Gallo, Medianeras e Daniela Guerreiro hanno lasciato a San Pietro Magisano opere destinate a diventare parte integrante dell'identità del territorio.
Murales diversi per tecnica, stile e linguaggio, ma accomunati dalla capacità di dialogare con il luogo e con chi lo abita. Tra questi, particolare significato assume l'opera di Christian Sasa, che sembra condensare in un'immagine lo spirito stesso di LuceFest. “Le opere d'arte che ci hanno lasciato i nostri artisti sono tutte tesori da custodire e lo spirito dell'opera di Christian Sasa è quello che forse rappresenta meglio il credo di LuceFest con la fuga dalla città verso il paese, posto del cuore e di relazioni ed emozioni autentiche”, racconta il direttore artistico Carmine Elia.
E se l'arte ha trasformato i muri, la cultura ha dato profondità al festival. Gli appuntamenti dedicati ai conflitti dimenticati, realizzati anche con Emergency Catanzaro, hanno acceso i riflettori su guerre e crisi umanitarie spesso lontane dall'attenzione dei media. La serata dedicata alla pesca di Magisano ha invece raccontato le possibilità di valorizzazione di una delle eccellenze del territorio, anche attraverso la degustazione del gelato realizzato da Rosario Nicodemo, campione del mondo nel 2024. E poi la legalità, con la presentazione dell'ultimo libro di Claudio Cordova, per ribadire che un festival può essere anche luogo di confronto, consapevolezza e impegno civile.

È questa la formula che ha consentito a LuceFest di crescere. Non soltanto grandi concerti. Non soltanto street art. Non soltanto eventi. Una comunità che attraverso un festival racconta se stessa e prova a immaginare il proprio futuro. “Sono pieno di gioia perché LuceFest quest’anno ha brillato come non mai”, racconta Elia al termine della manifestazione. “Il festival ha definitivamente contribuito a rendere attrattivo il nostro territorio comunale che è stato raggiunto da non meno di ventimila persone in undici giorni determinando anche un’importante e cruciale ricaduta economica”. Numeri che diventano ancora più significativi se si considera la dimensione del comune e che raccontano la forza di un progetto costruito nel tempo, senza perdere il proprio carattere originario.
Ma dietro quei ventimila arrivi, dietro le piazze piene, i concerti, i murales, le fotografie e i milioni di interazioni online, c'è soprattutto una parola: volontariato. Quello di una squadra enorme, giovane, che per un anno intero prepara, organizza, costruisce, accoglie, risolve problemi e lavora perché ogni dettaglio possa funzionare.

“Ringrazio tutta l’enorme catena di volontariato che rende possibile con sacrificio ogni anno il miglioramento di questo evento e che rappresenta la vera traccia, quella emotiva, che rimane dentro il cuore di ognuno di noi”, sottolinea il direttore artistico.
Ed è proprio l'emozione il fotogramma finale di questa settima edizione. Quando le luci si spengono e la festa finisce, a parlare sono gli occhi di chi ha condiviso undici giorni intensi. Le lacrime, gli abbracci, la stanchezza e la soddisfazione raccontano qualcosa che nessun dato può misurare. “Le lacrime e gli abbracci di fine festival testimoniano l’amore genuino per il territorio che in queste sette edizioni ha prodotto un risultato senza precedenti”. Sette edizioni che hanno cambiato il ritmo di San Pietro Magisano con risultati che non rappresentano un punto d'arrivo, ma una base da cui ripartire. “Ce lo godiamo con l’auspicio che possa essere la base per il rilancio dell’intero territorio comunale”, conclude Carmine Elia.
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