di FRANCESCO DI LIETO
Mentre la politica regionale e i sindacati di sistema brindano alla fine del commissariamento, i bilanci ufficiali svelano un paradosso contabile e morale spietato. Spunta fuori il ritratto di una Calabria subalterna, che riempie i portafogli dei privati del Nord mentre i cittadini vengono condannati a terra.
Prendete la delibera n. 849 del 17 giugno 2026 dell'ASP di Cosenza: per appena tre mesi di servizio di elisoccorso (marzo, aprile e maggio 2026) sono stati liquidati ben 5.053.528,70 euro a un raggruppamento di società private.
55mila euro ogni ventiquattr'ore di denaro pubblico che prende il volo verso il Nord, finendo nelle casse di colossi societari con sede in Lombardia.
Su base annua parliamo di circa 20 milioni di euro. Sapete cosa si potrebbe fare con questa cifra sul territorio?
Oltre 250 medici ospedalieri strutturati assunti a tempo pieno.
Oltre 330 medici convenzionati interamente dedicati al soccorso territoriale.
Un esercito di 150 medici e 160 infermieri di area critica, capaci di medicalizzare istantaneamente ogni singola ambulanza della regione.
Qui sta il cortocircuito di un sistema totalmente capovolto, dove un medico a bordo del 118 viene trattato alla stregua di un lusso insostenibile e le ambulanze vengono sistematicamente de-medicalizzate per risparmiare pochi spiccioli, lasciando le nostre comunità sguarnite e isolate. Ma quando il territorio è deserto e la situazione precipita, la paura fa 90: a quel punto non resta che chiamare l'elicottero privato, pagando tariffe d'oro per rincorrere dall'alto un'emergenza che si doveva e si poteva gestire a terra.
Il paradosso e l'umiliazione per la nostra terra diventano totali quando si guarda alla gestione dei mezzi su gomma. Mentre ai privati del Nord regaliamo fiumi di milioni per far volare gli elicotteri, per il soccorso ordinario su strada l'ASP di Cosenza – su delega di Azienda Zero – ha pattuito l'acquisto di automediche e ambulanze di seconda mano fornite dall'Areu, l'agenzia dell'emergenza urgenza lombarda. Mezzi che a Milano dismettevano ufficialmente per obsolescenza, vetture con oltre 200mila chilometri sulle spalle e prive di equipaggiamenti sanitari di bordo, che ci costano oltre mezzo milione di euro e che sono già finite al centro di un esposto alla Corte dei Conti per presunto danno erariale.
Siamo davanti all'emblema di un colonialismo sanitario spietato: finanziamo i colossi lombardi per volare sopra le nostre teste e poi compriamo a caro prezzo i loro scarti stradali per far viaggiare i malati calabresi a terra. Il risultato di questa totale subalternità è che mentre le imprese del Nord incassano 55mila euro al giorno, un malato oncologico senza risorse si sente rispondere dal CUP che per una vitale visita di controllo deve aspettare quasi due anni, con date che sembrano sentenze di morte: febbraio 2027 a Badolato o febbraio 2028 a Germaneto.
È l'ipocrisia dei tavoli concertati, accettata senza dignità da ex sindacalisti folgorati sulla via del potere, che hanno usato la fame dei lavoratori come carburante per la propria ascesa politica, barattando la salute delle corsie d'ospedale con una poltrona comoda nei salotti romani. E poi, dopo tutto questo, andiamo pure a regalare il consenso a chi firma l'Autonomia Differenziata per dare il colpo di grazia finale al nostro Sud, dimostrandoci cornuti, mazziati e complici del nostro stesso abbandono.
Posate quei calici. Non c'è proprio nulla da festeggiare. C'è solo da pretendere la fine di questo atteggiamento coloniale, il ripristino della legalità costituzionale e la restituzione immediata dei fondi pubblici alla sanità territoriale. Perché il messaggio che la politica e i sindacati di sistema stanno mandando a chi vive qui è fin troppo chiaro: “Lasciate ogni speranza, voi che restate".
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