
In una Calabria troppo spesso abituata a raccontare viaggi della speranza verso il Nord, file interminabili e diritti calpestati, esiste un’altra faccia della medaglia. È una faccia fatta di competenza, umanità e resilienza. È la storia di Teresa, una donna che, dopo aver attraversato il deserto della malattia rara e del dolore cronico, ha trovato la sua oasi proprio a casa sua, a Catanzaro.
Tutto inizia due anni fa. Un evento traumatico e poi una diagnosi che gela il sangue: cisti perineurale di Tarlov. Una patologia rara, subdola, che si manifesta con dolori atroci. «Da un giorno all’altro la mia vita si è fermata», racconta Teresa. «Il dolore mi toglieva il respiro, ho perso la sensibilità agli arti inferiori e il controllo delle funzioni essenziali».
Inizia così il doloroso tour dei grandi centri: Torino, Piacenza, Milano. La risposta, ovunque, è un muro di gomma: «Non esiste una soluzione risolutiva». È proprio un neurochirurgo torinese, però, a suggerirle una strada inaspettata: tornare in Calabria, al reparto di Terapia del Dolore dell’ospedale “Ciaccio”, guidato dal dottor Pietro Maglio.
Al Ciaccio, Teresa non trova solo medici, ma approdi sicuri. «Il dottor Maglio e la sua equipe — gli infermieri Mariarita, Sergio e tutti gli altri — non sono solo professionisti competenti. Sono empatici, attenti, presenti». In un reparto sovraccarico, dove la cronicità sfida ogni giorno le risorse limitate, l'equipe ha sperimentato tecniche che centri ben più blasonati non avevano preso in considerazione.
"Non mi hanno dato la guarigione totale, ma mi hanno restituito la dignità e la migliore qualità di vita possibile. Mi hanno permesso di tornare al lavoro".
Ma il racconto di Teresa non è solo un ringraziamento; è un atto d'accusa contro un sistema che costringe questi professionisti a lavorare in condizioni proibitive. Turni massacranti, personale ridotto e la follia burocratica degli algoritmi: «Visite di massimo 15 minuti? Secondo quale scienza e coscienza?», si chiede Teresa.
L'appello finale è rivolto direttamente a chi governa la sanità calabrese: «Venite nei nostri ospedali, guardate cosa accade davvero. Investire in medici e infermieri validi non è un lusso, è un dovere. Il cittadino calabrese non dovrebbe arrivare in ospedale con il dubbio di dover giocare con la propria vita come se fosse una slot machine».
La storia di Teresa è il manifesto di una Calabria che funziona nonostante tutto, ma che lancia un grido d'allarme: se non proteggiamo queste eccellenze, se le lasciamo morire sotto il peso della disorganizzazione, ai calabresi non resterà davvero più nulla.
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