
Le indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria di Milano e del gruppo di Monza delle Fiamme Gialle hanno scoperto che la “banca occulta” aveva a sede a Pero, nell’hinterland nord del capoluogo lombardo, es era schermata dietro la formale copertura di una società di autonoleggio. A dirigerla sarebbero due stabili referenti di cosche della ‘ndrangheta crotonese (già condannati in via definitiva nelle inchieste Infinito e Aemilia) e uno organico al clan camorristico dei Casalesi. Il gruppo utilizzava poi dei complici cinesi e albanesi per il riciclaggio dei proventi del traffico di droga. Dagli accertamenti sono state ricostruite false fatturazioni per oltre 110 milioni di euro e individuati trasferimenti verso l'estero per circa 68 milioni di euro.A Pero, nel Milanese, dietro la formale copertura di una società di autonoleggio, era stata costruita una 'banca' per la criminalità organizzata basata su un meccanismo di false fatture e riciclaggio. La scoperta, nell'indagine dei Comandi Provinciali di Milano e Monza Brianza della Guardia di finanza, con il supporto del Servizio Centrale d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata e del Nucleo Speciale Repressione Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza, in coordinamento con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
La 'banca' faceva capo a tre italiani per gli inquirenti contigui a organizzazioni mafiose, due referenti di cosche della ‘ndrangheta crotonese (già condannati in via definitiva nelle inchieste Infinito e Aemilia) e uno organico al clan dei Casalesi. I tre potevano contare sul supporto di complici cinesi e albanesi. L’organizzazione offriva un servizio di emissione di fatture per operazioni inesistenti attraverso una fitta rete di società cartiere. Ricevuti i bonifici di pagamento delle fatture false, gli indagati provvedevano a restituire tramite corrieri - tecnicamente retrocedere - agli imprenditori compiacenti l'equivalente importo in denaro contante frutto sia di evasione fiscale sia di narcotraffico. Le provviste bancarie accumulate venivano poi quasi interamente trasferite su conti correnti esteri o investite nell'acquisto di criptovaluta di difficile tracciamento. I 'clienti', trafficanti di stupefacenti ed evasori fiscali, potevano così trasferire denaro al di fuori dei canali ufficiali aggirando i presidi antiriciclaggio.
Il meccanismo creato dai 'banchieri' prevedeva 4 fasi.
La prima era quella della raccolta del denaro. La 'banca' riceveva contante dai due cittadini cinesi, per lo più proveniente da illeciti di natura tributaria e reperito nella comunità cinese ocale, e da un uomo di origine calabrese che risulta aver consegnato a più riprese, anche avvalendosi di propri 'postini', oltre 5 milioni di euro in contanti derivanti dal traffico di stupefacenti. In cambio del contante consegnato, ai 'fornitori' veniva offerto un corrispondente valore in criptovaluta o venivano effettuati bonifici verso conti situati in Asia, America del Nord (Canada)e America del Sud. Nella seconda fase, l'emissione di fatture false, attraverso imprese cartiere, esistenti solo sulla carta e intestate a prestanome, con sedi fittizie prevalentemente in Lombardia e Campania; le fatture per operazioni inesistenti andavano a società compiacenti (per lo più operanti nel settore delle costruzioni edili, della logistica e dei servizi), che potevano così abbattere il proprio reddito. Dopo un certo periodo di tempo, le cartiere venivano avviate deliberatamente al fallimento per essere rimpiazzate da altre di nuova costituzione. Nella terza fase, a fronte del pagamento mediante bonifico delle fittizie fatturazioni prodotte dalle cartiere, il contante precedentemente raccolto veniva utilizzato per restituire alle società utilizzatrici delle fatture false la medesima somma pagata per una prestazione in realtà mai avuta inesistente), al netto di una commissione che oscillava tra il 2% e il 5% per l’illecito servizio bancario reso.
Infine la quarta fase, quella del riciclaggio, nella quale le disponibilità finanziarie sui conti delle società cartiere venivano trasferite su conti correnti in Lussemburgo, Lituania e Germania e da lì verso exchange che provvedevano a inviare la criptovaluta generata verso wallet nella disponibilità del gruppo criminale. La stessa modalità è stata utilizzata anche per riciclare denaro proveniente da phishing, perché sui conti bancari delle società cartiere sono stati trovati numerosi bonifici di persone che avevano presentato denuncia perché nel tentativo di effettuare investimenti in criptovalute on line, erano state truffate.
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