
Ci sono persone che oggi, a Catanzaro, hanno bisogno di una prescrizione, di un farmaco, di un esame o di una visita e non sanno a chi rivolgersi.
È per questa ragione che il Codacons e la Comunità Emmaus Catanzaro hanno scritto all’ASP di Catanzaro, alla Regione Calabria e ad Azienda Zero chiedendo un intervento immediato per garantire nuovamente l’assistenza sanitaria destinata ai cittadini stranieri temporaneamente presenti e ai cittadini europei privi della necessaria copertura sanitaria.
Per anni quel servizio ha rappresentato un riferimento concreto per persone spesso prive di mezzi economici, senza una rete familiare e senza la possibilità di rivolgersi alla sanità privata. Permetteva di ottenere una prescrizione, continuare una terapia, sottoporsi a un controllo, fare un esame o una visita.
Dopo il pensionamento del medico che assicurava il servizio, però, quel punto di riferimento è venuto meno e, secondo quanto viene segnalato al Codacons e alla Comunità Emmaus, non sarebbe stata garantita una continuità effettiva.
Il pensionamento di un medico, naturalmente, non è il problema. È un evento normale e prevedibile. Il problema nasce quando, dopo quel pensionamento, chi aveva bisogno di assistenza resta senza sapere dove andare.
Perché quando si interrompe un servizio sanitario non si ferma soltanto un’attività amministrativa, può fermarsi una cura.
E per chi non ha la possibilità economica di rivolgersi al privato, le alternative diventano poche e molto concrete: rinunciare a curarsi oppure andare al Pronto Soccorso.
È una vicenda che dovrebbe interessare tutti, a prescindere da qualsiasi posizione ideologica.
Anzi, forse questa storia dice qualcosa di più. Negli anni ci siamo abituati troppo facilmente all’idea che il problema di chi vive male siano quelli che vivono ancora peggio.
Che il nemico di un calabrese senza lavoro, senza servizi, senza prospettive, possa essere uno straniero che non ha neppure un medico a cui rivolgersi.
E forse conviene a qualcuno che sia proprio così: che gli ultimi guardino agli ultimissimi come nemici, mentre chi dovrebbe rispondere dei problemi veri può continuare tranquillamente a voltarsi dall’altra parte.
Qui non stiamo parlando di confini o di politiche migratorie. Stiamo parlando di persone che possono avere bisogno di una cura e di un servizio sanitario pubblico che deve essere in grado di dare loro una risposta nei casi previsti dalla legge.
E forse dovremmo ricordarlo più spesso: chi sta peggio di noi non è il nostro nemico. Il problema è chi ci ha convinti che lo fosse.
L’art. 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo. Ed è proprio quella parola, “individuo”, a ricordarci che davanti alla malattia viene prima la persona, non il reddito, la provenienza o la capacità di districarsi tra uffici e procedure.
C’è poi un aspetto che rende questa situazione ancora più difficile da comprendere. Da anni si chiede di ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorso, di rafforzare l’assistenza sul territorio e di evitare che gli ospedali vengano utilizzati per prestazioni che possono essere gestite altrove.
Ma se sul territorio manca il medico che può prescrivere un farmaco, un esame o una visita, è inevitabile chiedersi dove debba andare chi ha bisogno di assistenza.
Il rischio è che un problema organizzativo finisca per produrre esattamente l’effetto opposto a quello che il sistema sanitario dichiara di voler perseguire: più persone nei Pronto Soccorso, più pressione sugli operatori e tempi di attesa ancora maggiori anche per gli altri pazienti.
Per questo il Codacons e la Comunità Emmaus Catanzaro hanno chiesto all’ASP di intervenire subito, individuando il medico o la struttura in grado di garantire la continuità delle prestazioni e spiegando chiaramente agli utenti dove debbano rivolgersi.
Come l’Azienda deciderà di organizzare il servizio è una scelta che compete all’Azienda. Ciò che non può essere lasciato alla casualità è il diritto delle persone ad avere una risposta sanitaria quando ne hanno bisogno e ne ricorrono i presupposti.
La burocrazia può avere tempi lunghi, una malattia no.
E quando una persona resta senza assistenza per un vuoto organizzativo, non siamo davanti a una semplice incomprensione tra uffici. Siamo davanti a un problema che riguarda la responsabilità del servizio pubblico.
Un sistema sanitario può avere difficoltà, carenze e problemi organizzativi, ma non può farli ricadere proprio su chi ha meno strumenti per difendersi.
Un medico può andare in pensione. Il diritto alla salute no.
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