Teresa Mengani: "La lettera di mons Mimmo Battaglia ti costringe a fermarti"

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images Teresa Mengani: "La lettera di mons Mimmo Battaglia ti costringe a fermarti"


  10 marzo 2026 08:41

di TERESA MENGANI

 Non sono una persona religiosa. Non guardo il mondo attraverso la lente della fede e, in generale, tendo a diffidare dei linguaggi che appartengono alla sfera ecclesiale. Eppure la lettera scritta dall’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, mi ha colpito profondamente.

Non per i riferimenti al Vangelo, né per l’autorità di chi la firma. Mi ha colpito per la sua radicale umanità. Oggi è raro imbattersi in parole capaci di attraversare il rumore della politica, delle analisi geopolitiche, dei talk show e dei comunicati ufficiali. Questa lettera, invece, ci riesce. Perché non parla di equilibri strategici, non discute di alleanze militari, non adotta il linguaggio freddo degli esperti. Parla di ciò che troppo spesso scompare nei discorsi sulla guerra: le persone. Le nomina, anche quando non hanno più un nome. Bambini, madri, civili, profughi. Una denuncia che non ha il tono della diplomazia
La lettera è indirizzata ai “mercanti della morte”, un’espressione che potrebbe sembrare retorica, ma che nel testo assume un significato estremamente concreto.

Non è soltanto una condanna morale della guerra: è una critica esplicita a chi costruisce, vende, finanzia e rende economicamente conveniente la produzione di armi. Battaglia non usa il linguaggio prudente che spesso accompagna le prese di posizione istituzionali. Le sue parole sono dirette: dietro ogni contratto militare, suggerisce, esiste una catena invisibile che conduce alle macerie di una casa, ai corridoi devastati di un ospedale, ai banchi vuoti di una scuola. È proprio questo passaggio a colpire anche chi, come me, guarda alla realtà da una prospettiva laica. Perché sposta il discorso dal piano della fede a quello della responsabilità civile. Forse il punto più forte della lettera non è nemmeno la condanna della guerra in sé. È la denuncia della sua progressiva normalizzazione.

Nel mondo contemporaneo la guerra è diventata anche un settore economico strutturato: industrie, investimenti, filiere produttive, esportazioni, equilibri di mercato. Tutto questo genera un paradosso inquietante: la distruzione entra a far parte del funzionamento ordinario dell’economia globale.
È qui che le parole dell’arcivescovo assumono un valore che va oltre la dimensione religiosa. Non si limitano ad affermare che la guerra è un male. Dicono qualcosa di più scomodo: il sistema che la rende possibile è pienamente integrato nelle nostre società. E quindi, in qualche misura, riguarda tutti.
Un altro elemento che rende potente questo testo è il suo linguaggio. Battaglia utilizza immagini essenziali: il pane e le armi. Il pane nutre, le armi spezzano. Il pane riunisce le persone attorno a una tavola, le armi svuotano le case. Sono immagini semplici, quasi antiche. E forse proprio per questo risultano così efficaci.

In un’epoca dominata dal linguaggio tecnico, quello delle strategie militari, delle dottrine di deterrenza, delle “operazioni speciali”, queste parole riportano la guerra alla sua dimensione più concreta: la distruzione della vita umana. C’è un passaggio della lettera che potrebbe far storcere il naso a chi, come me, non è credente: quando l’arcivescovo parla di “conversione”.

Eppure, rileggendo quelle righe, si capisce che il significato non è soltanto religioso. La conversione di cui parla Battaglia è anche un cambio di paradigma culturale: smettere di pensare che tutto abbia un prezzo, che tutto possa essere trasformato in profitto, che perfino la guerra possa essere considerata un investimento accettabile. Tradotto in termini laici, è un invito a ripensare il rapporto tra economia, politica e vita umana. La lettera si chiude con una domanda semplice e brutale: quanto sangue basta?
Non è una domanda rivolta soltanto ai produttori di armi o ai governi. È una domanda che riguarda anche chi osserva le guerre da lontano, attraverso lo schermo di un telefono o di una televisione, rischiando lentamente di abituarsi. Il messaggio di Battaglia è radicale proprio perché rifiuta il cinismo geopolitico che considera la guerra un elemento inevitabile della storia. La sua posizione può apparire idealistica, ma ricorda una verità spesso dimenticata: ogni sistema di guerra esiste perché una rete di decisioni politiche ed economiche lo rende possibile.

Mettere in discussione quella rete significa riportare al centro un’idea spesso liquidata come utopica: che la pace non sia soltanto un’aspirazione morale, ma una scelta politica ed economica.
In un tempo in cui la logica della sicurezza armata domina il discorso pubblico, la lettera dell’arcivescovo di Napoli rappresenta qualcosa di raro: un invito a guardare la guerra non dal punto di vista della potenza, ma da quello della coscienza.

Forse è proprio questo il suo merito più grande: ricordarci che la guerra non è mai un fenomeno astratto. È sempre una somma di vite spezzate. E che, anche per chi è profondamente laico, esistono parole capaci di ricordarcelo con una forza difficile da ignorare.

 


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