Teresa Mengani: "Quando il potere compra tutto e l’umanità non vale più: da America First ad America Last"

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  12 gennaio 2026 10:05

di TERESA MENGANI

"Episodi apparentemente lontani, che parlano però la stessa lingua. Groenlandia trattata come una proprietà immobiliare da comprare, una donna colpita dentro un clima di odio ormai normalizzato. Non sono scivoloni isolati, né provocazioni estemporanee. Sono i sintomi di una deriva più profonda: l’idea che il potere non abbia limiti, che la forza venga prima del diritto, che le persone siano elementi secondari, comparse sacrificabili sul palcoscenico della politica.

Donald Trump non ha semplicemente espresso posizioni controverse. Ha legittimato un modello. Un modello in cui si compra ciò che non è in vendita, si minaccia ciò che non si può controllare, si disumanizza chi ostacola il proprio interesse. Groenlandia non come territorio abitato da persone, con una storia, una cultura e diritti, ma come “asset strategico”. Le donne, i migranti, le minoranze non come cittadini, ma come bersagli utili a consolidare consenso attraverso la paura. Il punto non è Trump come individuo. Il punto è ciò che ha reso accettabile.

Quando un leader afferma che tutto ha un prezzo, manda un messaggio chiaro: i confini sono negoziabili, i diritti relativi, la dignità opzionale. Quando il linguaggio del potere diventa quello della sopraffazione, la violenza smette di essere un’eccezione e diventa rumore di fondo. Non serve più giustificarla: basta normalizzarla.

Il clima di odio che oggi colpisce donne, giornalisti, oppositori politici, comunità vulnerabili non nasce dal nulla. È il prodotto di anni in cui l’insulto è stato sdoganato, la menzogna premiata, la forza celebrata come virtù. In questo contesto, colpire una donna non è solo un atto criminale: è l’espressione estrema di una cultura che ha imparato a non vedere più l’altro come persona.
“America First” è stato lo slogan. Ma cosa significa davvero mettere l’America al primo posto, se per farlo si calpestano i valori su cui l’America dice di fondarsi? Libertà, uguaglianza, rispetto dello stato di diritto non sono ornamenti retorici: sono argini contro l’arbitrio. Quando questi argini vengono erosi, non resta una nazione più forte, ma una società più fragile, divisa, impaurita.

Perché il potere senza limiti non rafforza: corrompe. Non protegge: espone. Non unisce: separa.
La storia insegna che quando la politica rinuncia al diritto per abbracciare la forza, qualcuno paga sempre il prezzo più alto. E non sono mai i potenti. Sono le persone comuni, quelle che perdono sicurezza, voce, protezione. Quelle che diventano invisibili. Quelle che finiscono, sistematicamente, all’ultimo posto.
È qui che “America First” si rovescia nel suo opposto. Perché un’America che compra, minaccia e disumanizza non guida il mondo: lo impoverisce. Non difende i propri cittadini: li rende più soli. Non è prima. È ultima. Ultima nel rispetto dei diritti. Ultima nella credibilità morale. Ultima nella capacità di riconoscere l’umanità dell’altro.

E questa non è solo una questione americana. Quando una grande potenza legittima il linguaggio della forza, quel linguaggio diventa contagioso. Attraversa confini, ispira imitazioni, abbassa l’asticella ovunque. Per questo ciò che accade negli Stati Uniti riguarda tutti. Contrastare questa deriva non significa schierarsi contro un paese, ma a favore di un’idea: che il potere debba avere limiti, che il diritto venga prima della forza, che le persone non siano mai mezzi, ma fini. Perché quando il potere si mette al primo posto, le persone finiscono sempre all’ultimo. E nessuna nazione, per quanto potente, può permetterselo senza perdere sé stessa".


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