
di TERESA MENGANI
L’“emergenza educativa” di cui tanto si parla non è un fenomeno circoscritto, né un’improvvisa frattura sociale, ma il risultato di un processo lento, profondo, quasi carsico. Monica Piolanti coglie con rara lucidità il cuore della questione: ciò che percepiamo come un “grido silenzioso” dei giovani è in realtà il suono ovattato del nostro disimpegno adulto. L’eco non proviene dall’adolescenza inquieta, ma dalla cavità lasciata da un mondo adulto che fatica a riconoscersi autorevole, presente,
Spesso attribuiamo ai giovani un malessere che interpretiamo come incapacità di adattarsi, di rispettare regole, di dare continuità agli impegni. Ma questa narrazione rischia di occultare il vero nodo: il nostro venir meno. Non siamo più allenati ad ascoltare, a leggere il non detto, a decifrare la complessità crescente della loro vita interiore. Ci limitiamo a osservare i comportamenti, trascurando ciò che essi rivelano: il bisogno di riferimenti solidi, di adulti che non si mimetizzino da coetanei, che non fuggano davanti alla loro stessa funzione educativa.
Il disagio giovanile non è un enigma; è una domanda radicale rivolta a chi dovrebbe incarnare significati, non soltanto enunciarli.
Una delle trasformazioni più evidenti è il progressivo indebolimento del legame intergenerazionale. Non è venuta meno la vicinanza fisica, ma quella simbolica. Viviamo “fianco a fianco”, ma raramente “di fronte”, in una relazione capace di generare dialogo, confronto, trasmissione.
Gli adulti sono sempre più assorbiti da un tempo frantumato: lavoro, incombenze, connessioni continue, bisogni di autorealizzazione costante. I giovani, dal canto loro, abitano un tempo iperstimolato, accelerato, emotivamente disordinato. Tra questi due mondi, il ponte è instabile perché costruito con materiali fragili: poca presenza autentica, scarso coraggio di fissare limiti, confusione tra libertà e abbandono, tra protezione e invadenza. L’emergenza educativa nasce da questa “terra di nessuno” in cui adulti e giovani faticano a incontrarsi.
Essere adulti oggi sembra aver perso la dignità di un verbo in azione. L’età adulta si è trasformata in una condizione ambigua: spesso temuta, talvolta rifiutata, quasi mai riconosciuta come necessaria. Eppure, essere adulti non significa imporre schemi del passato, ma offrire coordinate, direzioni, possibilità di significato. Un adulto dovrebbe essere colui che legge il presente senza subirlo che sostiene senza sostituirsi,che pone dei limiti che educano e non che puniscono e, soprattutto, che crea spazi di ascolto e non di giudizio.
Quando queste funzioni vengono meno, i giovani non trovano più sponde a cui ancorarsi.
L’emergenza educativa non è una faccenda individuale: riguarda la scuola, la famiglia, le comunità, i luoghi informali, perfino gli spazi digitali che ormai modellano identità e relazioni. Occorre ricostruire un ecosistema educativo in cui ognuno riconosca la propria parte e la eserciti con consapevolezza.
Non si tratta di tornare a un passato idealizzato, ma di abitare il presente con un nuovo stile educativo: più riflessivo, meno reattivo; più dialogico, meno normativo; più orientato al senso, meno alla prestazione.
Educare è una forma alta di amore sociale. Richiede coraggio, perché significa esporsi, mettersi in relazione, assumere il peso delle parole e delle azioni. Significa accettare che i giovani non chiedono adulti perfetti, ma adulti veri: capaci di errori, di scuse, di coerenza, di visione.
Il grido dei giovani, spesso percepito come rumore di fondo, diventa allora un invito a ritrovare un nuovo patto generazionale. Un patto che non nasce da regole, ma da una responsabilità condivisa: quella di esserci.
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