
DI MARIA GRAZIA LEO
Sono trascorsi 3 anni esatti da quella maledetta e indimenticabile notte tra il 25 e 26 febbraio del 2023, nella quale il caicco Summer Love partito dalla Turchia, carico di migranti disperati e coraggiosi -uomini-donne-bambini- provenienti da diverse periferie esistenziali del mondo, terre difficili da vivere, restare o resistere, si spiaggiò…naufragando sulla costa ionica calabrese -in località Steccato di Cutro (Kr)- facendo 94 vittime accertate, molti dispersi che non si riuscirono a conteggiare e 80 persone salvate. È rimasta una delle stragi più gravi che si ricordano nella storia più recente, riguardante il fenomeno migratorio, Abbiamo avuto modo su questa testata giornalistica di soffermarci ben 2 volte sull’evento, a caldo il 12 marzo del 2023 e a ridosso delle prime conclusioni dell’inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Crotone, il 26 luglio 2024. In entrambi i casi non ci siamo mai sottratti dal porre, dal ripetere assillanti interrogativi, vibranti dubbi e incessanti domande derivanti da un lato da una razionale volontà di conoscenza e accertamento delle modalità dell’accaduto e dei suoi perché, dall’altro da una sentita, intensa e doverosa richiesta del cuore nel volere ottenere giustizia per quelle vittime innocenti e per loro famiglie. Scrivevamo per sommi capi così: …ci sono volute 7 ore, da quando l’aereo dell’agenzia europea Frontex ha avvertito le autorità italiane di competenza dell’avvistamento di un barcone di legno che pur essendo inizialmente stato segnalato in un buono stato di galleggiabilità, con forte presenza termica a bordo e senza salvagenti visibili sarebbe -poi-nel corso delle ore successive andato incontro ad un mare forza 4 o se non di più -forza 7- per rendersi conto a strage avvenuta del dramma posto in essere. Sette ore di inspiegabili incertezze, sette ore di incredibili attese, sette ore di probabili falle, sette ore di presunti rimpalli di passaggi di consegne, sette ore di incomprensibili momenti di indecisioni nello stabilire il passaggio da un burocratico controllo o procedura di polizia a scopo di ordine pubblico e sicurezza ad una scontata e immediata operazione di ricerca e salvataggio di migranti- o per meglio dire- semplicemente di vite umane. Ricerca purtroppo mai avviata, forse mai pensata, magari solo sussurrata nella catena di comando che ha visto inizialmente protagoniste, da un lato la Guardia di Finanza con due unità operative in mare poi rientrate perché impossibilitate nel controllo di polizia a causa delle avverse condizioni climatiche, e dall’altro lato come attore non protagonista la Guardia Costiera-passiva- fino a naufragio avvenuto. Come mai? È stata avvertita la Guardia costiera o non è stata avvertita e se sì quando ed in che termini? Sapeva o ha sottovaluto la presenza di migranti in pericolo, su quel barcone?... Si potevano salvare, sarebbe stato possibile evitare quella scia di bare, comprensive di 35 bambini? “Chi di dovere o non li ha proprio visti arrivare quei migranti o si è girato colposamente, per errore o sottovalutazione dall’altra parte…non cercandoli, non trovandoli, non salvandoli dalle onde tempestose?”. Poi nel corso dei mesi le indagini degli inquirenti ci hanno confortato ed hanno supportato le semplici intuizioni di noi che, pur non facendo quel mestiere, ci siamo posti - a caldo- dinnanzi alle immagini strazianti consegnateci dal mare, dalla spiaggia di Cutro e dalle accorate testimonianze dei primi soccorritori, quei pescatori calabresi che a mani nude- per senso di umanità e spirito di solidarietà- affrontarono quelle agitate e gelide acque notturne e quella prima mattinata ancora molto critica e tempestosa, pur di salvare il più possibile i migranti ancora in balia delle onde -ma in vita- che gridavano aiuto! Nell’estate del 2024 i pubblici ministeri crotonesi ravvisarono nei confronti di sei ufficiali (4 appartenenti ai reparti Aeronavali della Guardia di Finanza e 2 al corpo delle capitanerie di porto) profili di negligenza nel dare attuazione alle regole che la normativa europea e nazionale impone in tema di salvataggio e soccorso in mare. Cosi concludevamo nel secondo articolo pubblicato da “La Nuova Calabria”, il 26 luglio del 2024: Quei migranti, quelle persone, quelle vite sofferenti nell’animo e nel fisico, si potevano, si dovevano salvare senza indugi. Ma così non è stato perché hanno prevalso imperizie, negligenze, imprudenze in chi era tenuto ad intervenire poiché, come ha affermato la Procura della città di Pitagora anche in operazioni di law enforcement (operazioni di polizia), non censurate dagli inquirenti: <<l’azione di contrasto è sempre improntata alla salvaguardia della vita umana e al rispetto della persona>>. Invece quella notte si chiusero gli occhi, si spensero in certi momenti i collegamenti, si omisero i coordinamenti doverosi e necessari per scambiarsi informazioni e dati utili per sopperire all’emergenza in atto… e ci fermiamo qui.
Le richieste di rinvio a giudizio sottoposte dalla Procura della Repubblica al vaglio del Giudice delle indagini preliminari non hanno avuto altra conseguenza che un riscontro positivo -sul lavoro ben articolato e documentato dai Pm crotonesi- portando il Gip chiamato a decidere- la Dr.ssa Elena Marchetto- a mandare a processo e rispondere del reato di naufragio colposo plurimo e omicidio colposo plurimo i finanzieri Giuseppe Grillo capo turno della sala operativa del Reparto operativo aeronavale di Vibo Valentia; Alberto Lippolis, comandante del Roan; Antonio Lopresti, ufficiale in comando tattico ; Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo aeronavale di Taranto; Francesca Perfido, ufficiale di ispezione della Guardia Costiera in servizio a Roma; Nicola Nania ufficiale di turno alla Capitaneria di porto di Reggio Calabria. Nello specifico il sostituto procuratore della Repubblica, Pasquale Festa ha contestato nei confronti dei finanzieri la mancata comunicazione della difficoltà della navigazione del caicco e il ritardo delle azioni da intraprendere per poterlo identificare. Nei confronti degli ufficiali della Guardia Costiera viene loro contestato il fatto di non essersi attivati a 360 gradi nell’acquisire le informazioni necessarie e complete dai colleghi della G.F. per poter essere messi in grado di intervenire con mezzi più efficaci difronte alle avverse condizioni climatiche. Il processo di primo grado -nei confronti di questi imputati- è iniziato a Crotone il 30 gennaio scorso. Un avvio che -sorprendentemente- non si svolgerà con libertà di accesso in aula alle riprese televisive ed audio, da parte della stampa nazionale e locale; praticamente il collegio presieduto da Alfonso Scibona ha respinto le reiterate richieste, pervenute dalle emittenti radiotelevisive, perché ha ritenuto di salvaguardare secondo quanto affermato dallo stesso presidente “il sereno e regolare svolgimento del dibattimento”. Le riprese e le registrazioni delle udienze verranno effettuate solamente dalle apparecchiature in dotazione del Ministero della Giustizia e messe a disposizione del personale tecnico del Tribunale. I giornalisti che vorranno visionarle potranno farlo -presentando richiesta- e saranno poi eventualmente autorizzati -ad acquisirle- dallo stesso collegio della sezione penale giudicante. Una decisione che seppur legittimamente presa nell’autonomia dispositiva che ha il collegio giudicante, sinceramente pur rispettandola, non riusciamo a comprenderla bene, visto che ci chiediamo come -il sereno e regolare svolgimento dell’istruttoria processuale- possa essere turbato dalla presenza della strumentazione di lavoro dei media. Praticamente i giornalisti – in aula- ci saranno solo con il taccuino e la penna in mano ma in forma dimezzata di fatto, cioè, non potranno in presa diretta seguire ed avere il materiale informativo nella sua interezza e di conseguenza informare in modo pieno e completo i familiari delle vittime che saranno impossibilitati nell’essere sempre presenti a tutte le udienze ed in generale i cittadini di ciò che sta avvenendo in Tribunale. Queste nostre considerazioni sul diritto/dovere di informare ed essere informati si fondano sul fatto che si tratta di un processo di rilevanza non solo nazionale o locale ma anche internazionale. Non a caso Amnesty International Italia sarà presente a Crotone con un suo rappresentante in qualità di osservatore internazionale, insieme a tutte quelle Ong -che elencheremo tra poco- e che sono parti civili nel processo. C’è la consapevolezza da parte di queste organizzazioni umanitarie che: << La tutela della vita, il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare e il diritto internazionale devono essere la priorità e vanno rispettati sempre, anche nel Mediterraneo centrale… e la tempestività nei soccorsi è un fattore fondamentale; i ritardi non sono un semplice incidente né un disguido, ma vanno considerati come atti di negligenza perché possono costare vite, come ha tragicamente ricordato il naufragio di Cutro>>. Per questo motivo crediamo che sia giusto dare spazio ad un’informazione piena, libera e accurata. Perché il fine comune è rendere trasparente il più possibile il percorso che porterà alla giustizia e alla verità sul naufragio di Cutro, alle quali la società, le istituzioni, oltre che tutte le parti processuali in causa, auspicano di arrivare. Ma pensiamo che siano soprattutto le vittime e i dispersi ormai sommersi -in quella spiaggia calabrese- a meritare un processo che seppur regolare non debba però viaggiare nel silenzio popolare, o su un binario ovattato dove le notizie sui fatti le dobbiamo cogliere sommariamente grazie alla bravura e alla velocità di scrittura di alcuni colleghi o ad alcune riprese ufficiali -su richiesta- autorizzate, questo al di là poi di quale sarà la sentenza di primo grado.
È doveroso -inoltre- ricordare che per quanto riguarda gli scafisti che hanno portato il barcone Summer Love a schiantarsi sulla spiaggia calabrese, essi sono stati tutti condannati -dal Tribunale di Crotone- per il reato di favoreggiamento all’immigrazione e morte in conseguenza dl favoreggiamento; mentre sono stati assolti dall’accusa di naufragio colposo. Con il rito abbreviato, invece, prima il Gup (giudice dell’udienza preliminare) e successivamente la Corte d’appello di Catanzaro hanno condannato -con decisione confermata in via definitiva dalla Cassazione- Gun Ufuk il capitano del caicco- per naufragio colposo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e morte come conseguenza di un altro reato- a 20 anni di carcere e 3 milioni di euro di multa, oltre che al risarcimento dei familiari delle vittime e delle parti civili.
Ora -tornando all’oggi- tutti i riflettori sono puntati su chi in quella notte della tragedia, non attivò il Piano di ricerca ed il salvataggio in mare dei migranti, il cosiddetto Piano “Sar”. E l’attesa per l’esito della sentenza è tanta e da parte di molti; ad attenderla è la Calabria, con i suoi eroici cittadini rimasti sempre umani al di là dei confini e delle etnie; ad attenderla è quella maggior parte dell’Italia e delle sue istituzioni che – attraverso la rapidità delle immagini provenienti dai social, dalle tv- dagli smart- guardavano da lontano sgomenti e angosciati quel naufragio in corso e le difficoltà dei soccorsi a terra ad intervenire, la disperazione dei salvati, il ritrovamento dei sommersi senza vita e poi nei giorni successivi quelle bare distese- di cui 35 bianche- nel Palazzetto dello Sport di Crotone; ad attenderla sono quegli uomini in divisa intervenuti con spirito di servizio sulla spiaggia per cercare di limitare gli eventi ormai tragici. Tutti erano animati e spinti solo dal senso dello Stato, dai valori e dai principi sanciti nella Costituzione italiana, dallo spirito civico e soprattutto da una regola etica, universale e del cuore, l’amore per il prossimo senza aggettivi. Ma l’attesa più grande -nel giungere alla verità e alla giustizia per quelle morti innocenti- è dei familiari delle vittime, dei superstiti e delle Ong; a) Emergency b)Louise Michel c) Mediterranea Saving Humans d) Sea-watch e) SOS Humanity f) SOS Mediterranee, le organizzazioni non governative che sono stati costantemente al loro fianco e che si prodigano in mare nonostante le avversità delle acque e gli ostacoli legislativi e amministrativi imposti da alcuni stati europei (compreso il nostro) che non possono trovare spiegazioni alcune e giustificazioni accettabili. Ebbene in prossimità del processo, una buona parte delle famiglie delle vittime, e i sopravvissuti hanno scritto una lettera molto dura e profonda nello stesso tempo in cui si lamentano con il governo italiano per essere stati lasciati soli, per non avere attenuto quel ricongiungimento familiare loro promesso a ridosso di quella strage in mare, per non avere ottenuto assistenza sufficiente. Ma lasciamo direttamente a loro la parola: “Noi, i sopravvissuti della Summer Love, è difficile vivere senza giustizia, sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari, che sono arrivati morti sulle vostre coste; vivere giorno per un giorno nella speranza che non accada ad altri…ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Alle promesse del vostro Primo Ministro non sono seguiti fatti concreti”. Come si possono commentare questi brevi stralci, se non con il senso della commozione, dell’indignazione e del restare per un certo verso attoniti?!... Forse- in questo ambito- per alcuni potremmo apparire giornalisti troppo retorici, analisti sentimentali o addirittura dei modesti narratori letterari che “ricamano e spendono” facilmente inchiostro spettacolarizzando sul dolore, sulle violenze, sulla miseria, sulle morti e sulle sofferenze altrui…ed invece NO, non è così. Noi non siamo proprio quelli che alcuni si potrebbero immaginare, perché crediamo di fare solo ciò che la nostra etica ci insegna responsabilmente ed umanamente a fare, come cittadini prima e come giornalisti dopo, che hanno il dovere di informare sempre, non rivolgendo -in alcuni casi- lo sguardo altrove ma porgendo con il cuore l’ascolto teso e gli occhi vigili verso quello che succede ovunque e quindi anche su di una strage di sconosciuti, di invisibili, di indifesi, di inascoltati ma che sono sempre persone dignitose, fatte di volti, cariche di battiti, pieni di desideri e speranze . Non possiamo permetterci di non vedere quello che sta accadendo nel mar Mediterraneo…di ora in ora…di giorno in giorno. Un Mediterraneo che ci sta parlando e ci sta ribaltando -con veemenza- difronte alla nostra indifferenza lo “ Spon River dei migranti”. Un mare che prima li accoglie e promette loro di viaggiare per raggiungere una terra migliore e più sicura ma che poi ci restituisce con le sue onde impetuose sulle spiagge turistiche più belle, non come ospiti da accogliere, da proteggere, da integrare educandoli ai nostri valori, ai nostri costumi, alle nostre culture…ma come brandelli umani che ad occhio nudo e a distanza sembrerebbero dei pezzi di legno o oggetti galleggianti, sagome gonfie di acqua salata, arti spezzati, visi divelti, infranti, smembrati dalla salsedine o dai pesci. Questa, con amarezza, è la razionale e fredda fotografia che si presenta nei fondali delle nostre acque del Mediterraneo, non da giorni ma da anni e che chi di dovere non vuole vedere, non vuole toccare con mano- restando in silenzio- o magari spostando l’attenzione, sminuendo il problema riducendolo ad un puro caso statistico o a dei semplici carichi residuali. E se a volte il silenzio è d’oro, altre volte il silenzio è complice, è sintomo di mancata responsabilità -soprattutto politica- a maggior ragione quando certi governi adottano programmi sulle migrazioni poco consoni ai dettami del Diritto internazionale e dei valori della solidarietà. I recenti casi di migranti riconsegnati dal mare di Tropea, di Trapani, di Amantea, di Paola, di Marsala ecc… a causa dei cicloni che hanno colpito le coste calabresi e siciliane- sono l’immagine plastica di quello che già anticipatamente le Ong avevano segnalato riguardo partenze stimate di circa 1000 migranti, divenuti naufraghi dispersi o senza esistenza che non si è voluto cercare, vedere, salvare. Si interviene solo quando il dado è tratto o quando non se ne può fare a meno. Ma tutto questo non può essere confinato in una pura normalità giustificatrice delle nostre colpe o delle nostre indifferenze; e noi non vogliamo e non dobbiamo restare in silenzio ma diventare, essere testimoni di verità scomode, facendo ascoltare e vedere- con sentimento civico e spirito di resilienza- quanto il Mediterraneo ci grida addosso perché anche lui è ormai stanco di essere visto più che come fonte di bellezza e trasparenza, come teatro di sepoltura umana.
La strage di Cutro è stato un evento così grave ed ingiusto se non proprio vergognoso per chi non ha fatto nulla per impedirlo o almeno limitarlo che non ha -in coscienza-spiegazioni plausibili e immaginabili; lo stesso dicasi per quei responsabili di governo che avrebbero dovuto dimostrare, con scelte concrete, una vera attenzione verso quei migranti rimasti in vita e nei confronti dei familiari delle vittime, rimanendo invece inattivi, silenti. Quei familiari e quei sopravvissuti che non si arrendono, anzi rilanciano con dignità, coraggio e determinazione -proprio nella ricorrenza del terzo anniversario del naufragio- scrivendo: “Con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare a Roma nei luoghi delle promesse infrante. Torneremo nel vostro paese per guardarvi negli occhi e chiedervi perché vi siete dimenticati di noi?”. Per quanto possano servire e valere queste semplici considerazioni ci auguriamo che giunga agli autori della lettera citata la nostra vicinanza, perché noi non li abbiamo mai dimenticati e non li dimenticheremo! Continueremo a scrivere per loro e ricordando di loro, perché siamo e restiamo umani!
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