Tra tirannia e “liberazione”: il doppio volto della violenza

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  01 marzo 2026 17:55

di TERESA MENGANI

La morte di Ali Khamenei segna uno spartiacque nella storia recente del Medio Oriente. Per oltre trent’anni guida suprema della Repubblica islamica, Khamenei ha incarnato un sistema teocratico autoritario fondato sulla repressione del dissenso, sulla limitazione delle libertà civili e su un impianto legislativo profondamente discriminatorio, in particolare verso le donne. Le proteste soffocate nel sangue, le incarcerazioni arbitrarie, la censura sistematica: tutto questo rende impossibile qualsiasi indulgenza verso il regime che ha presieduto.

Eppure, la sua eliminazione in un’operazione militare guidata dagli Stati Uniti sotto la leadership di Donald Trump apre una frattura morale che non può essere ignorata. Se da un punto di vista strettamente strategico può apparire comprensibile che una potenza reagisca a minacce percepite o reali, resta una domanda centrale: è legittimo presentare la violenza di Stato come strumento di “liberazione”, quando essa comporta la morte di civili innocenti, comprese bambine in una scuola elementare?

Condannare senza esitazioni un regime dittatoriale e antifemminista è doveroso. Ma l’odio verso un sistema oppressivo non giustifica automaticamente la celebrazione di un assassinio mirato compiuto da un’altra potenza mondiale. Quando la morte di un dittatore viene proclamata come “giustizia” all’interno di un’operazione militare che provoca vittime collaterali tra la popolazione civile, si accetta un doppio standard pericoloso: se si denuncia la repressione interna di un regime, non si può applaudire una repressione esterna che produce altre vittime innocenti.
È la stessa logica semplicistica che vede nella guerra una soluzione purificatrice. Ma la storia dimostra il contrario. Le azioni militari, anche quando presentate come chirurgiche o necessarie, comportano sempre un pedaggio umano enorme, pagato quasi sempre dai più vulnerabili. La retorica del “male minore” finisce così per giustificare nuove sofferenze in nome di un bene astratto.
Trump, celebrando l’operazione come la “migliore opportunità” per l’Iran, ha alimentato una narrazione da supereroe: l’idea che gli Stati Uniti siano i “buoni” della storia, legittimati a intervenire per ristabilire l’ordine globale. È un mito seducente, ma profondamente pericoloso. La legittimità dell’uso della forza non può derivare dalla volontà o dall’istinto politico di un singolo leader; dovrebbe invece poggiare sul diritto internazionale, su un mandato condiviso e sul rispetto rigoroso della vita umana.
Proporre la morte di un dittatore come atto di salvezza mondiale, quando nello stesso contesto muoiono civili innocenti, rappresenta un’ipocrisia morale difficilmente difendibile. Non esiste un “superego umanitario” che autorizzi la soppressione di vite innocenti per correggere un torto politico. Ogni bomba che cade su un quartiere, ogni scuola colpita, incrina la pretesa di superiorità morale di chi dichiara di combattere per la libertà.
Le guerre e gli assassinii politici raramente generano stabilità duratura. Più spesso aprono nuovi cicli di odio, vendetta e radicalizzazione. Se l’obiettivo dichiarato è la liberazione di un popolo, la strada non può essere lastricata di cadaveri di bambini. La libertà non può nascere da un atto che replica, su scala diversa, la stessa logica di sopraffazione che si dice di voler sconfiggere.

Condannare il regime iraniano è necessario. Ma è altrettanto necessario rifiutare la tentazione di considerare la violenza “dei buoni” come moralmente neutra o inevitabile. Tra tirannia interna e interventismo armato esterno, le vittime restano sempre le stesse: civili senza potere, vite spezzate lontano dai palazzi del comando. Ed è su questo paradosso che dovrebbe concentrarsi ogni riflessione onesta.


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