In riferimento all’articolo pubblicato sul nuovo Decreto del Commissario ad Acta relativo al programma regionale per il trapianto di fegato, appare necessario formulare alcune considerazioni che riguardano non solo il merito della convenzione, ma soprattutto il metodo con cui essa è stata elaborata e presentata alla comunità medico-scientifica calabrese.
Il percorso del paziente epatopatico candidato al trapianto di fegato non inizia in sala operatoria, ma molto prima negli ambulatori e nei reparti in cui, quotidianamente, operano epatologi, gastroenterologi, internisti e infettivologi. Sono questi professionisti a individuare i pazienti, effettuare lo screening, seguirne l’evoluzione clinica, valutarne l’eleggibilità al trapianto, accompagnarli durante la permanenza in lista d’attesa e garantire anche il delicato follow-up post-trapianto.
La letteratura scientifica nazionale e internazionale, così come i PDTA trapiantologici italiani, riconoscono con chiarezza che il trapianto di fegato si fonda su una gestione multidisciplinare, nella quale il ruolo clinico-epatologico è centrale in ogni fase del percorso assistenziale. Al clinico competono infatti funzioni essenziali che vanno dall’identificazione del candidato alla valutazione pre-trapianto, dalla stratificazione prognostica mediante score di gravità alla gestione delle complicanze della cirrosi e dell’epatocarcinoma, fino al follow-up a lungo termine successivo all’intervento.
Il chirurgo rappresenta, senza dubbio, una figura fondamentale nel momento tecnico dell’intervento, ma il percorso trapiantologico è anzitutto un processo clinico complesso, costruito nel tempo grazie al lavoro costante di specialisti che si occupano stabilmente delle epatopatie avanzate.
Proprio per questo sorprendono e preoccupano le modalità con cui è stata definita la nuova convenzione regionale con l’Ospedale San Camillo di Roma. I professionisti clinici direttamente coinvolti nella gestione dei pazienti epatopatici risultano infatti completamente esclusi dal tavolo che ha elaborato il nuovo assetto organizzativo.
Non risulta essersi svolto alcun confronto regionale ampio, strutturato e multidisciplinare con le unità operative cliniche che ogni giorno seguono questi pazienti e che costituiscono il vero snodo del percorso trapiantologico.
Non meno singolare appare la tempistica dell’intera vicenda. Il Decreto del Commissario ad Acta reca la data del 18 dicembre 2025, ma i contenuti della convenzione sono stati resi pubblici soltanto nel maggio 2026, nel corso del Congresso dell’Associazione Calabrese Scienze Chirurgiche, tenutosi a Siderno, attraverso l’intervento di un autorevole chirurgo romano chiamato a presentare il nuovo programma.
Una scelta che inevitabilmente solleva interrogativi. Perché una decisione di tale rilevanza strategica è rimasta sostanzialmente sconosciuta alla comunità clinica regionale per circa sei mesi? Perché il confronto si è svolto esclusivamente in un contesto chirurgico? E soprattutto, perché coloro che seguono concretamente i pazienti epatopatici non sono mai stati coinvolti nella costruzione della convenzione?
La Calabria dispone di professionalità di assoluto valore nella gestione delle malattie epatiche avanzate, con particolare riferimento alla realtà di Catanzaro, dove da anni operano specialisti riconosciuti a livello nazionale per competenza, esperienza clinica e dedizione nella presa in carico dei pazienti più complessi.
Esiste dunque un patrimonio umano e professionale che avrebbe meritato ascolto, coinvolgimento e rispetto istituzionale prima di assumere decisioni tanto delicate. Mortificare queste competenze significa indebolire la rete clinica regionale e disconoscere il lavoro quotidiano di chi garantisce continuità assistenziale, appropriatezza clinica e sicurezza per i pazienti.
Nessuno contesta l’obiettivo di migliorare l’accesso al trapianto o di ampliare le opportunità terapeutiche per i pazienti calabresi. Ciò che viene fortemente contestato è il metodo con cui questa operazione è stata concepita e portata avanti, apparentemente sotto l’impulso di soggetti che hanno ispirato e sostenuto la convenzione senza mai promuovere un reale confronto con i clinici che ogni giorno si occupano concretamente dei pazienti.
Va inoltre ricordato che, grazie alla storica collaborazione con il Policlinico Umberto I di Roma, pur nell’ambito di una convenzione formalmente scaduta ma di fatto rimasta operativa, negli anni è stato possibile realizzare numerosi trapianti di fegato, restituendo speranza, continuità di cura e una concreta possibilità di vita a tanti pazienti calabresi affetti da gravi patologie epatiche.
In una materia tanto complessa e sensibile, le decisioni non possono essere calate dall’alto né costruite attraverso percorsi unilaterali. La rete trapiantologica funziona solo quando esiste una reale integrazione tra competenze chirurgiche e cliniche, condivisione delle strategie e reciproco rispetto dei ruoli.
Escludere i clinici dalla programmazione significa compromettere proprio quella multidisciplinarità che rappresenta oggi, secondo tutte le evidenze scientifiche e organizzative, il fondamento della moderna medicina dei trapianti. Sergio Costanzo Consigliere Comunale
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