
di ALDO TRUNCE'*
Nel dibattito che accompagna il percorso verso il referendum sulla separazione delle carriere, si levano spesso voci autorevoli, provenienti dai vertici dell’accademia e dell’avvocatura, che invitano alla cautela. Una delle tesi più diffuse sostiene che, in decenni di attività nelle aule di tribunale, non si sarebbe mai avvertito il condizionamento del giudice da parte del pubblico ministero solo in ragione della comune appartenenza all’ordine giudiziario. Si afferma, in sostanza, che la qualità di una sentenza dipenda esclusivamente dall'onestà intellettuale del singolo magistrato e non dalla sua collocazione burocratica.
Sebbene una simile visione nasca da un’altissima concezione della magistratura — che noi, come Camera Penale di Crotone, condividiamo e rispettiamo — riteniamo che essa poggi su un equivoco di fondo: quello di considerare l’eccezione individuale come una regola di sistema.
Affermare che l'unificazione delle carriere non costituisca un ostacolo all'imparzialità significa guardare al processo attraverso la lente di chi, per autorevolezza personale e carisma intellettuale, è in grado di imporre una "separazione di fatto" in ogni aula in cui mette piede. Ma l’architettura di uno Stato di diritto non può essere costruita sulla base della caratura dei suoi protagonisti. Il sistema deve funzionare per tutti: deve garantire giustizia al cittadino difeso dal giovane legale di un foro di provincia così come a quello assistito dal più celebre dei luminari.
Nelle aule di periferia, lontano dai grandi riflettori, la contiguità tra chi accusa e chi giudica si percepisce spesso come un muro invisibile ma solido. Non si tratta di mettere in dubbio la moralità dei magistrati, ma di riconoscere che la comune appartenenza associativa, i percorsi formativi identici e la frequenza degli stessi corridoi creano una "corsia preferenziale psicologica" che l’avvocato avverte come una ferita alla parità delle armi.
La separazione delle carriere non è, come qualcuno suggerisce, una riforma "inutile" perché incapace di trasformare un magistrato mediocre in un eccellente giurista. Il suo scopo è ben più profondo: serve a cristallizzare la terzietà del giudice nell'ordinamento, rendendola non solo una disposizione d'animo, ma una realtà plastica e strutturale. Il giudice deve essere terzo non solo perché "onesto", ma perché collocato a una distanza netta e simmetrica dalle parti.
Il diritto al giusto processo non può e non deve dipendere dal "peso specifico" del difensore o dalla sensibilità del singolo togato. Deve essere il sistema stesso a blindare l'imparzialità, oltre ogni prestigio personale. Per questo, come avvocati di territorio, crediamo che la riforma sia un atto di civiltà necessario: per far sì che la cultura della giurisdizione non sia più un’aspirazione legata ai singoli, ma una garanzia democratica per ogni cittadino che entra in un’aula di giustizia.
*Presidente della Camera Penale di Crotone
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