Usura e minacce tra Reggio e Catania: otto indagati, coinvolti anche appartenenti alle forze dell’ordine

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Usura e minacce tra Reggio e Catania: otto indagati, coinvolti anche appartenenti alle forze dell’ordine


  23 gennaio 2026 16:42

Otto misure cautelari sono state eseguite a Reggio Calabria nell’ambito di una complessa inchiesta su un grave giro di usura, estorsione e atti persecutori che avrebbe colpito due persone e le rispettive famiglie. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Procura della Repubblica, al termine di un’indagine condotta dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza.

Nel dettaglio, sono state disposte due custodie cautelari in carcere, due arresti domiciliari, due divieti di avvicinamento alle parti offese e due sospensioni dal pubblico ufficio per la durata di un anno nei confronti di due appartenenti alle forze dell’ordine. Contestualmente sono stati eseguiti nove decreti di perquisizione e un sequestro preventivo finalizzato alla confisca di somme di denaro e disponibilità finanziarie per oltre 150 mila euro, ritenute profitto dei reati di usura contestati a tre degli indagati.

L’inchiesta, coordinata dalla Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria e dalla Compagnia della Guardia di Finanza di Villa San Giovanni, ha permesso di ricostruire molteplici episodi di usura, estorsione e intimidazioni avvenuti tra Reggio Calabria e Catania. Le indagini sono scaturite dalle denunce presentate separatamente da una delle vittime e dai familiari più stretti di un’altra persona offesa.

Secondo quanto emerso, le vittime, gravate da una pesante esposizione debitoria e in gravi difficoltà economiche, si sarebbero rivolte a un soggetto di origine catanese che avrebbe concesso loro prestiti pretendendo, in cambio, la restituzione di somme largamente sproporzionate rispetto al capitale erogato. In alcuni casi, gli indagati avrebbero imposto anche l’intestazione di immobili di proprietà delle famiglie delle vittime, ricorrendo a minacce reiterate e particolarmente violente.

Gli accertamenti investigativi – basati su riscontri documentali, analisi dei flussi finanziari, intercettazioni e attività di monitoraggio tradizionale – hanno consentito di raccogliere gravi indizi di reità soprattutto nei confronti dei due soggetti destinatari della custodia cautelare in carcere. Questi ultimi, approfittando dello stato di bisogno delle persone offese, avrebbero svolto un’attività di mediazione per l’ottenimento di finanziamenti e mutui, in alcuni casi effettivamente erogati da banche o finanziarie, pretendendo come compenso somme comprese tra un terzo e la metà del capitale finanziato, oltre a ulteriori importi ritenuti del tutto sproporzionati.

Le vittime sarebbero state costrette a consegnare il denaro attraverso minacce di morte, intimidazioni gravissime e violenze fisiche, documentate almeno in tre episodi. Tra le frasi contestate figurano minacce come “ti sparo”, “ti affogo”, “se denunci ti ammazzo”. In un caso, uno degli indagati avrebbe persino pubblicato sul proprio stato WhatsApp l’immagine di un manifesto funebre riportante le generalità di una delle vittime.

L’attività intimidatoria si sarebbe spinta fino all’incendio dell’autovettura in uso a una persona offesa e all’uccisione di alcuni animali all’interno dell’abitazione di una delle famiglie coinvolte. Le condotte illecite sono contestate anche alle consorti dei due principali indagati, destinatarie del divieto di avvicinamento alle vittime, accusate di aver fornito supporto morale e materiale attraverso pressioni psicologiche, minacce e suggerimenti utili a eludere le investigazioni.

Particolarmente grave il ruolo attribuito ai due appartenenti alle forze dell’ordine, che, abusando del proprio status, avrebbero effettuato appostamenti, raccolto informazioni sulle vittime e consegnato illecitamente strumentazione in dotazione esclusiva agli apparati istituzionali, come microcamere e rilevatori GPS, per agevolare il rintraccio dei mezzi. La riscossione delle somme usurarie sarebbe avvenuta prevalentemente in contanti, tramite assegni o bonifici, fino a quando le vittime non sono state più in grado di far fronte alle richieste.

L’indagine rappresenta un duro colpo a un sistema criminale fondato sullo sfruttamento dello stato di bisogno e sulla violenza, con l’aggravante del coinvolgimento di soggetti che avrebbero dovuto garantire legalità e sicurezza.

 


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.