Vincenzo Speziali (Federazione Popolare Democratici Cristiani) ricorda Aldo Moro nell'anniversario della sua morte

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Vincenzo Speziali
  09 maggio 2021 00:33

di VINCENZO SPEZIALI*

La foto. Quella foto, con il Presidente alle cui spalle vi è lo stendardo della stella a cinque punte (chissà perché i simboli stellari in politica - o presunta tale - sono sempre forieri di disgrazie) è, già di per sé, l'immagine di uno Stato, se non sconfitto, quantomeno ferito. 
Recapitarono i sovversivi, cruenti, folli e golpisti, ovvero sia i brigatisti (non certo sedicenti), questa famosa polaroid, il 18 Marzo del 1978, assieme al farneticante primo comunicato: ne discendono le assurde e false accuse, nei confronti di Moro e del Partito di cui era leader, cioè la Democrazia Cristiana

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Opera classica, quella del clan Moretti (locuzione e/o accezione che prende il nome del capo di questi assassini delle BR), tipica della "disinformazia", in uso nell'URSS, a cui costoro si rifacevano sia ideologicamente, sia politicamente, essendo, i più, agenti al soldo dell'Unione Sovietica e anche di ciò dovrebbero meglio occuparsi le indagini residue sugli anni di piombo

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I contatti vi erano e in modo molteplice, eppure si è preferito, per una codardia storico/ideologica, soprassedere, in massima parte, a questo pezzo di verità, pur confermando che gli Italiani e noi democristiani in modo particolare, quel 9 Maggio 1978, siamo stati parte lesa, dell'assurdo "attacco al cuore dello Stato"

Riconosco senza infingimento - ma allo stesso tempo, con triste vergogna - proprio io, quanto, financo il mio Partito sia stato passibile del reato di "omissione di soccorso": non avremmo mai e poi mai dovuto accettare il ricatto (apparentemente costituzionale) del PCI, il quale per allontanare da sé i suoi "compagni che sbagliano", cioè i brigatisti (pure per un calcolo di supremazia nella loro comune base di massa marxista), si fecero paladini della non trattativa, sfoderando il volto feroce di chi è fintamente e per convenienza pacifista, mentre in realtà è, sempre, guerrigliero. 

Si è tenuto in ostaggio, non solo il prigioniero (è bene precisare prigioniero politico), bensì l'intero Paese, sostenendo che eravamo in guerra - e su ciò tutti erano d'accordo - ma nei manuali di Guerra (persino quelli della NATO) si studia che in guerra per l'appunto, oltre a combattere, si tratta. 

No, sbagliammo noi democristiani! Sbagliammo persino in base alla nostra, seppur laica - ma non laicista - formazione fideistica e non considerammo mai la frase pronunciata proprio da Moro, l'8 Novembre del 1942, durante la sua prima lezione da Docente Universitario di Diritto Penale nell'Ateneo di Bari (il titolare era Giovanni Leone): "Ogni persona è un Universo!". 

Bisogna riflettere su queste parole, le quali racchiudono un pensiero profondo, in più pronunciate in epoca dittatorialfascista e senza commettere reati di opinione, puniti dai codici mussoliniani: superiorità manifesta della democristianità! 

Se avessi ricoperto al tempo del martirio del Presidente il ruolo di Segretario Nazionale del Movimento Giovanile (da me poi avuto in epoche successive, egualmente drammatiche, ma non certo cruenti), non avrei esitato un solo attimo a trattare, tirandomi dietro l'intero giovanile e sono sicuro che avrei trovato la sintesi politica per agire, attraverso il metodo del coinvolgimento inclusivo, non con un falso unanimismo, bensì in forza della convinta unanimità. 

Uno Stato forte non poteva e non può pensare di aver ceduto, se compie un gesto tattico, alfine di salvare una vita umana, poiché, in seguito, con un sano impegno delle forze dell'ordine (magari sempre al comando del Generale Dalla Chiesa), li avremmo ripresi e sbattuti in galera: potevamo liberarne qualcuno, con la clausola dello scambio dei prigionieri, fatto salvo il concetto che avremmo risposto all'atto di guerra, la quale avremmo continuato, non solo per vincerla, ovvero in difesa del popolo italiano e delle sue istituzioni. 

Ricordo che nel 2001 - a ridosso della campagna elettorale delle politiche -  Franco Petramala, all'epoca dei fatti Segretario Regionale della Democrazia Cristiana calabrese (e a sua volta oggetto di attenzione di fiancheggiatori locali delle Brigate Rosse), mi confidò che durante la riunione che ebbe con Zaccagnini (Segretario Politico dell'epoca) assieme agli altri segretari regionali del Partito, chiese la trattativa, forse perché capiva, da calabrese, la permeabilità di questa violenta sinistra extraparlamentare, non dimenticando che la nostra terra, talvolta anche amara, è la stessa di tal Piperno Franco, proprio uno dei "soggetti particolari", il quale frequentava - ufficialmente per motivi personal sentimentali - il palazzo di via Massimi 91 a Roma, dove in base alle conclusioni della seconda Commissione Moro, era allocato il primo covo in cui fu portato il Presidente. 

Quei giorni, da come raccontatomi, pure da esponenti della corrente Morotea (Mario Tassone e Nino Gemelli, in primis), sono stati, veramente "La notte della Repubblica", una notte che a tutt'oggi è fitta, eppure se l'impegno dei popolari e democratici cristiani si rinverdirà (non dimenticando mai l'esempio di Moro) potremo, in questo caso senza disgrazie, noi tutti dire: "...e quindi uscimmo a riveder le stelle (Dante Alighieri)". 

*Coordinatore  Regionale Calabria della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani

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