
di CATERINA MURACA
Che cosa rimane di una persona quando non c'è più? E in che modo la musica, la poesia e i legami umani possono continuare a dare voce a chi ci ha lasciato? Sono alcune delle domande che attraversano "E morte non avrà dominio", lo spettacolo con cui Vinicio Capossela arriverà a Catanzaro il prossimo 24 ottobre nell'ambito del Festival d'Autunno. Un progetto che supera i confini del concerto tradizionale per diventare un intreccio di parole, suoni, immagini e presenze, in cui la riflessione sulla finitezza umana si accompagna alla celebrazione di ciò che sopravvive alla morte.
Al centro dell'opera c'è l'universo poetico di Dylan Thomas e, in particolare, il suo ultimo lavoro, Under Milk Wood, un testo concepito per la radio e costruito attraverso una pluralità di voci. Da questa materia prende forma una ballad opera che riunisce canzoni, narrazione e poesia, con Pierpaolo Capovilla protagonista della scena e una dimensione corale che coinvolge musicisti, cantanti e voci registrate.
Non si tratta, dunque, di una semplice trasposizione teatrale dell'opera di Thomas, ma di una rilettura che conserva lo spirito del testo originale e lo mette in dialogo con il presente. "Queste canzoni sono suonate dietro questo bosco, un po' fiabesco, che è il Bosco di Latte", racconta Capossela. Un luogo immaginario nel quale si manifestano le contraddizioni dell'essere umano, le sue ossessioni e le sue fragilità, fino all'irruzione di una realtà esterna segnata dalla violenza e dal potere.
La genesi dello spettacolo è legata anche alla volontà di portare a compimento il progetto di un amico scomparso, Renato, che teneva particolarmente alla realizzazione di questo lavoro. Un percorso iniziato cinque anni fa e diventato, nel tempo, molto più di un omaggio personale: "Sono stato costretto a leggere Dylan Thomas perché mi sono sentito in dovere di realizzare il lascito di un amico", spiega il cantautore, ricordando le domande che lo hanno accompagnato fin dall'inizio: "Mi sono proprio chiesto cosa resta di quelle esistenze che hanno condiviso tanto col mondo quando se ne vanno e lasciano una manciata di oggetti orfani".
Da quella domanda è nato un percorso di ricerca artistica e umana, nel quale il ricordo individuale si allarga fino a coinvolgere una comunità: "Quando uno pensa di fare un dono, lo riceve decuplicato", osserva Capossela, sottolineando come il progetto gli abbia restituito relazioni, incontri e nuove possibilità di condivisione. La memoria, in questa prospettiva, non è soltanto il recupero del passato, ma una forma di presenza che continua ad agire attraverso le persone e le opere che lasciano dietro di sé.
È proprio da qui che prende significato il titolo dello spettacolo, "E morte non avrà dominio". Una dichiarazione che non cancella la consapevolezza della fine, ma individua nell'eredità umana e artistica una possibilità di resistenza: "La parte buona di noi, quello che ci sopravvive, è appunto quello che lasciamo negli altri", afferma Capossela. La musica e la poesia diventano così strumenti capaci di custodire le tracce delle esistenze, trasformando l'assenza in un'occasione per interrogarsi sul senso della vita.
La spiritualità di Dylan Thomas costituisce uno degli elementi centrali di questa rilettura. Non tanto una fede intesa in senso strettamente religioso, quanto una partecipazione profonda alla vitalità del creato, alle sue meraviglie e alle sue disarmonie: "Sicuramente è abitato da questa spiritualità del creato", spiega Capossela, riconoscendo nella poesia del poeta gallese una forza capace di tenere insieme l'ingenuità, la ribellione alla morte e il riconoscimento dei limiti dell'essere umano.
In questo universo si inserisce anche il Bosco di Latte, luogo simbolico nel quale gli individui possono mostrarsi al di fuori delle convenzioni sociali e del giudizio altrui. Un rifugio dell'immaginazione che diventa anche uno spazio di disobbedienza, soprattutto in una società che tende a classificare le persone secondo il successo, l'apparenza e la capacità di aderire a modelli prestabiliti.
Che cosa possono insegnare i perdenti in un mondo ossessionato dalla vittoria? Per Capossela, la risposta sta proprio in tutto ciò che sfugge alla logica del risultato: "I vincitori non sanno quello che si perdono", ricorda citando il poeta Cinaschi. "Se l'unica cosa che dà senso alle cose è il successo, tutta l'infinita materia della vita che invece c'è intorno a quello che non è successo viene perduta". Le occasioni mancate, gli errori e le esperienze che non conducono a una vittoria rappresentano, infatti, una parte fondamentale dell'esistenza.
L'innocenza evocata da Thomas non coincide con l'assenza di colpe, ma con la possibilità di accogliere anche le proprie contraddizioni. Nel Bosco di Latte trovano spazio le solitudini, le ossessioni, il rapporto complicato con il corpo e con il tempo, insieme all'incapacità di uscire dalle proprie abitudini. Sono temi che, nella lettura di Capossela, parlano direttamente al presente: dalle pressioni legate all'apparire, particolarmente avvertite dagli adolescenti, fino alla difficoltà di costruire relazioni autentiche.
La riflessione si spinge anche oltre la dimensione individuale. Nella parte finale dello spettacolo, la poesia si confronta con la guerra e con la disumanizzazione che accompagna la violenza contemporanea, richiamando anche le immagini di Gaza. L'innocenza diventa allora una forma di resistenza, la possibilità di conservare la propria sensibilità davanti all'orrore: "È una rivolta quando significa riappropriarsi e preservare la sensibilità di umanità rispetto alla disumanizzazione", afferma il cantautore.
Accanto a questi temi si sviluppa il racconto dell'amicizia maschile, lontana dagli stereotipi della forza ostentata e della competizione. Il rapporto tra Capossela e Capovilla si costruisce sulla condivisione delle fragilità e sulla possibilità di riconoscersi negli errori dell'altro: "Siamo più sul piano della solidarietà che non della competizione, della fraternità più che della virilità e della competizione", racconta Capossela, descrivendo una relazione nella quale non è necessario primeggiare.
Anche la scelta di affidare a Capovilla il ruolo centrale dello spettacolo nasce da questa sintonia. Non una scrittura a quattro mani, precisa il cantautore, quanto una messa in scena nella quale entrambi hanno portato la propria sensibilità: "Solo quando ho incontrato Pierpaolo ho pensato che, se ci poteva stare qualcuno, è lui". Un incontro che ha permesso di trasformare un progetto personale in un'esperienza condivisa, nella quale la presenza scenica, la voce e la fisicità di Capovilla dialogano con la scrittura musicale e poetica di Capossela.
Sul piano sonoro, la ballad opera attraversa linguaggi differenti: suggestioni legate all'opera e al barocco, momenti corali, blues e aperture rock. Le canzoni non sono affidate soltanto alla voce del cantautore, ma si moltiplicano attraverso personaggi, duetti, trii e interventi corali. Un ruolo importante è affidato agli arrangiamenti e alle orchestrazioni di Raffaele Tiseo, con cui Capossela ha costruito una collaborazione che trova in questo progetto una delle sue espressioni più compiute.
La particolarità dell'operazione riguarda anche il rapporto tra spettacolo e disco. Le canzoni che compongono l'opera confluiranno nel successivo album, "Milkwood Bar", ma arriveranno al pubblico prima attraverso la scena teatrale. Una scelta controcorrente rispetto alle consuetudini della produzione musicale, che permette agli spettatori di incontrare i brani senza conoscerli già, lasciandosi guidare dalle immagini e dalle emozioni.
"Mi piace anche l'idea che il pubblico sia investito delle canzoni senza conoscerle bene, senza saperle, che sia più un fatto emozionale che non di riconoscimento", spiega Capossela. Il teatro diventa così uno spazio nel quale la musica può essere ascoltata e osservata prima di essere fissata nella forma definitiva del disco.
Una scelta che si lega anche a una riflessione sulla società contemporanea e sulla progressiva riduzione dei tempi dedicati all'ascolto. In un mondo dominato dalla velocità e dalle distrazioni, le canzoni chiedono un'attenzione che non può esaurirsi in pochi secondi. "Tutte le cose che richiedono per vivere ascolto richiedono del tempo, che è la cosa di cui si è più avari", osserva il cantautore, rivendicando il valore delle opere concepite come un insieme e non come una successione di contenuti da consumare rapidamente.
Che cosa dovrebbe rimanere nello spettatore al termine dello spettacolo? Non necessariamente una storia da ricostruire o una trama da seguire, ma una successione di frammenti capaci di risvegliare domande e sensibilità: "Spero che solleciti in noi l'attenzione alle cose, proprio perché siamo fatti di finitezza", risponde Capossela. Accettare la propria mortalità, in questa prospettiva, significa anche imparare a dare più valore al tempo, agli incontri e alla vita degli altri.
È questo il filo che unisce il ricordo di un amico, la poesia di Dylan Thomas e le canzoni di "E morte non avrà dominio": la convinzione che l'arte non debba limitarsi a essere contemplata, ma possa diventare un'esperienza capace di trasformare chi ascolta. "Le canzoni di per sé non esistono finché non vivono in noi", conclude Capossela. Una dichiarazione che racchiude il senso del progetto e accompagna l'attesa per l'appuntamento del 24 ottobre a Catanzaro, dove musica, teatro e poesia proveranno a dare forma a ciò che, anche di fronte alla morte, continua a vivere.
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