
DI TERESA MENGANI
Gli episodi di violenza verificatisi a Torino impongono una condanna netta e senza ambiguità. Si è trattato di violenza reale, inaccettabile, che non può essere giustificata né relativizzata in alcun modo.
La gravità dell’accaduto non risiede nel ruolo rivestito dalla vittima, ma nella sua condizione di persona. Questo è il principio che deve orientare ogni valutazione: la tutela dell’integrità fisica e della dignità umana prescinde da qualsiasi appartenenza o funzione. Chi ricorre alla violenza non esercita un diritto costituzionale, ma commette un reato. Non rappresenta alcuna manifestazione, alcuna
istanza sociale o politica, alcuna legittima rivendicazione.
Tuttavia, limitare l’analisi a questo aspetto sarebbe riduttivo. Accanto alla violenza fisica, evidente e immediatamente condannabile, se ne manifesta un’altra, più sottile ma non meno pericolosa: l’utilizzo strumentale di singoli episodi per delegittimare l’esercizio del diritto di manifestare e per giustificare un inasprimento generalizzato delle misure repressive.
Trasformare fatti circoscritti in un pretesto per comprimere diritti fondamentali non risponde a esigenze di sicurezza, ma configura una precisa scelta politica. Una scelta che rischia di erodere progressivamente gli spazi di partecipazione democratica e di alterare l’equilibrio tra libertà e ordine pubblico sancito dalla Costituzione.
La democrazia non si tutela indebolendo le libertà che la definiscono. Al contrario, si rafforza mantenendo una distinzione chiara e rigorosa tra chi esercita legittimamente il diritto di manifestare e chi, attraverso la violenza, se ne pone al di fuori. Sicurezza e diritti non sono termini contrapposti, ma principi complementari che devono essere garantiti con pari determinazione.
Solo tenendo insieme due elementi irrinunciabili, la condanna inequivocabile di ogni forma di violenza e la piena tutela delle libertà costituzionali, è possibile difendere lo Stato di diritto. Confondere questi piani, o sacrificarne uno sull’altare dell’altro, non contribuisce alla giustizia né alla sicurezza collettiva, ma apre la strada a una pericolosa deriva autoritaria.
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