
"Sibari la grande", la definiva Giorgio Bocca nel volume "L’inferno. Profondo Sud, male oscuro".
E grande lo fu davvero, la colonia allestita dai Greci in un’area – costiera o paracostiera, lo sapremo mai? – del nord-est della Calabria dei giorni nostri.
Estesa su cinquecento ettari, con nove chilometri di robuste mura perimetrali e trecentomila abitanti, la Sibari coloniale greca è sempre stata, più di qualsiasi altra realtà al mondo, simbolo di edonismo e ricchezza, lusso e vizi, ozio e mollezza. Per un verso accompagnata da una fama tanto negativa quanto immeritata che nel tempo ha purtroppo assunto toni inusitati e per altro verso trascurata per la cultura e la modernità che seppe esprimere nonché per le innovazioni e il progresso di cui si rese capace, fu abitata da uomini e donne che allestirono templi imponenti e palazzi sontuosi, che alzarono alte mura, che forgiarono statue e coltivarono campi e terreni producendo vino "nobilissimo" – così Strabone − e olio ricercatissimo.
Ma chiediamoci se la grande città alzata dai Greci in riva al Crati abbia lasciato ai posteri i segni imponenti della propria grandiosa civiltà. Nel corso dei secoli, quel sogno si rivelerà purtroppo perduto, e se oggi può capitare che gli eccellenti agrumi della Sibaritide marciscano – si apprende dai media − sulle piante o sulla rossa terra della Piana, l’export e il PIL ante litteram di Sybaris, al contrario, erano quelli di una superpotenza economica.
E tuttavia, saranno deluse le attese di Norman Douglas, che caldeggiava la speranza che egli credeva di condividere con i suoi lettori di vivere abbastanza a lungo da poter ammirare le meraviglie che presto o tardi sarebbero venute alla luce di Sibari antica; sono ancora un miraggio le aspettative di quegli autori del passato che parlavano di chissà quali grandiose e preziose reliquie un giorno estratte dal terreno dove una volta si consumavano i fasti e i vizi della superba colonia ancora sepolta sotto il suolo della Piana di Sibari.
Di quei cinquecento ettari, di quei cinque chilometri quadrati, delle opere imponenti alzate da quei trecentomila abitanti poco è emerso, scarse sono le testimonianze della gloria passata. Segno di una maledizione senza fine, mentre la damnatio memoriae di Sibari sembra ancora vivere. Il passato grandioso e antico della Sibaritide deve aspettare un nuovo Schliemann o un nuovo Zanotti-Bianco?
Ragionando da una prospettiva generale e astratta, i siti archeologici destano sempre crescente interesse nel settore del turismo culturale e la divulgazione mediatica del significato e della storia del patrimonio culturale registra grande attenzione. Un ruolo significativo in tale direzione è assunto dal numero di azioni dal basso che coinvolgono persone con estrazione culturale eterogenea nell’avvicinamento a beni architettonici e archeologici misconosciuti; un ruolo fondamentale va attribuito allo scambio, al dialogo e al confronto. Associazioni culturali e gruppi di volontariato, pagine dedicate, anche sui social, al patrimonio sparso sul territorio rivestono un ruolo essenziale, diffondendo curiosità verso manufatti e siti storici noti e verso architetture in ombra o in abbandono e spesso non fruibili. Queste forme divulgative devono essere il motore di azioni virtuose atte alla valorizzazione di un patrimonio culturale e urbano in oblio, per proseguire le indagini archeologiche e riportare alla luce ulteriori reperti così contribuendo significativamente al progresso della conoscenza e della ricerca.
La storia di Sybaris, da par suo, è troppo grande − anzi: è grandiosa − perché a essa non si dia grande rilievo negli studi sulla Magna Grecia; le vicende e le sorti nefaste della più importante colonia greca del Mediterraneo troppo importanti per correre il rischio che la memoria di essa sia relegata al rango di "grande assente della storia" (dal titolo tanto opportuno quanto emblematico di un articolo apparso di recente sulla testata l’Eco dello Jonio). Diversamente, è forse necessario, in un’area povera di una regione povera, lasciarsi alle spalle – ecco il cambio di direzione – il tanto vituperato edonismo sibarita e pensare di meno ai manicaretti e a quel vino che secondo la leggenda scorreva attraverso un sistema di canali sotterranei che collegavano i vigneti della Piana e della Valle dell’Esaro direttamente all’antica città; è, viceversa, tempo di dialogare e di aprirsi al confronto per rivolgere la giusta attenzione alle intuizioni e agli approfondimenti, da qualunque parte arrivino, specialmente se suffragati da solide fonti storiche e letterarie.
Le istanze di confronto nascono dalla consapevolezza che la Sibaritide gode di un patrimonio culturale di inestimabile valore che dovrà costituire il substrato per lo sviluppo sostenibile dell’area. In tale ottica, la cultura deve essere vista come il frutto di un’azione corale e partecipata, così come la sua divulgazione e fruizione. Se il contraddittorio, infatti, è spesso più utile di certa convegnistica unidirezionale e talora auto celebrativa e se il dibattito si deve aprire alla democratizzazione del sapere, è certo che a nulla varrebbero eventuali pretese di "monopolio culturale" sulla Sibaritide antica, né lo sventolìo di nozioni riconducibili a un improbabile pensiero unico e neppure eventuali spinte dirette a soffocare il dissenso culturale.
Così, in una nota, Ettore Bruno, saggista e studioso di diritto magno greco e Alessandra Pasqua, architetto e saggista.
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