
di ETTORE BRUNO e ALESSANDRA PASQUA*
"I Bruzi non inferiori ad alcuno per coraggio". E’ così che il poeta e giurista Silio Italico, vissuto nel primo secolo d.C., celebrava l’eroismo e la fermezza della gente bruzia, che anticamente abitava i territori che perlopiù coincidono con la Calabria dei giorni nostri.
Trascorsi duemila anni da quando l’Italico nel Libro ottavo del poema Punica scriveva queste cose, i Calabresi sono ancora lì. Sempre non dissimili dagli altri per forza d‘animo. Sempre pronti a manifestare la loro fierezza.
Tre cicloni in poche settimane. Piogge e burrasche a memoria d’uomo forse mai viste prima per intensità e durata. Condizioni del tempo che hanno provocato frane e smottamenti nell'entroterra e mareggiate eccezionali sulla quasi totalità delle coste calabresi. Esondazioni di fiumi e allagamenti: impressionante è stato l’impeto del fiume Crati registrato in questi giorni a Cosenza e nella parte più a valle della Piana di Sibari.
Eppure, per fortuna, nessuno sembra essersi fatto male, neppure un graffio. Il popolo calabrese, tutto, oltre che eroismo e fermezza ha dimostrato e sta dimostrando − ancora una volta, per l’ennesima volta − un grandioso senso di responsabilità, un commovente spirito di collaborazione e, come sempre, una sensibilità disarmante. Sì, la gente calabra dimostra di essere non inferiore a nessuno, e non soltanto per fermezza e coraggio. Giù il cappello.
Un plauso anche ai sindaci dei comuni ricadenti nelle zone interessate dal maltempo, così come ai volontari, ai Vigili del Fuoco e alle Forze dell'Ordine per la prontezza e lo spirito di sacrificio che hanno messo e stanno tuttora mettendo in campo a beneficio della tutela e salvaguardia del territorio e affinché nessuno si faccia male.
Tutti noi Calabresi dovremmo sentire la necessità di dire "grazie" a chi si impegna da settimane, a vario titolo e secondo competenze. A chi si è impegnato e a chi si sta impegnando mettendoci il cuore, di giorno e di notte.
Parimenti, fermo deve essere il mancato ringraziamento a quelli che sventolano improbabili prevenzioni ex post, a quelli dei mancati interventi preventivi e delle mancate manutenzioni. A quelli delle passerelle e dei proclami roboanti, degli slogan e delle promesse non mantenute, dei cotillon e delle apparenze. A quelli che arrivano dopo, così bravi ad autoassolversi così come bravi erano stati ad autolodarsi, e lo saranno ancora. Che trovi casa nell’animo nobile dei Calabresi il "non grazie" ai giganti dai piedi d’argilla e ai giganti dai piedi di piombo.
Un mancato grazie che ciascuno di noi dovrebbe non soltanto sentire ma "urlare" con quello stesso animus che per gli antichi caratterizzava la gente calabra. Un mancato grazie dal cuore, sonoro e anzi assordante, dal Pollino allo Stretto e dal Tirreno allo Jonio.
Seneca, nel trattato Naturales quaestiones, già nel primo secolo d.C. analizzava in chiave scientifica e filosofica diversi fenomeni naturali, come piogge, temporali, alluvioni e terremoti; ne indagava le cause e i possibili effetti; indicava una serie di rimedi da adottare ex ante, con lo scopo di liberare gli uomini dal timore delle catastrofi naturali. Oggi, duemila anni dopo, le calamità naturali ci colgono ancora impreparati. O, meglio, ci trovano preparati a cose fatte.
*Architetti
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