“E… state con noi” /5 A Cleto due castelli raccontano una storia di pietra e silenzio

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Un viaggio esperienziale tra architetture resilienti e un orizzonte che non ha fretta

  30 agosto 2026 08:01

di GIOVANNA BERGANTIN 

In un luogo si torna sempre per un motivo. Cleto è uno di quei borghi che restano nella testa, nel cuore, nelle pieghe della memoria. La salita a piedi verso il nucleo antico, dove le casette incastonate si affacciano l’una sull’altra, è un percorso lento e faticoso. Il passo si fa più misurato, il respiro segue la pendenza.

Il Castello di Cleto, l’antica Petramala, lo trovi lì, nel punto più alto.Veglia ancora sulla valle, sulle vie di passaggio, sul fiume Savuto che scorre scrosciante come una voce che resiste al tempo. Oggi si può visitare. Le pietre ferite, le aperture come lacune, le torri riconquistate, le cisterne che conservano l’eco dell’uomo, la vista che arriva fino al mare parlano ancora con la calma di chi ha custodito storie, attese, silenzi. A qualche chilometro, il Castello di Savuto completa il racconto. Qui la storia non si limita a custodire, ma si mostra e si lascia attraversare. Due fortezze che si aprono, due castrum che restituiscono il loro passato a chi sale fin quassù, due memorie che diventano cammino esperienziale. È la Calabria antica e vera, quella che non si concede subito, quella che chiede un passo lento, uno sguardo attento, un cuore che sa ascoltare.

«Non si arriva per caso. Si sale perché si cerca un’esperienza» dice Ivan Arella, operatore culturale di lungo corso mentre imbocchiamo la salita che porta al castello di Petramala. Non è un modo di dire, è la sintesi di una vita trascorsa nel borgo, in quella casa antica che era del nonno e che oggi custodisce la sua memoria familiare. Ivan non accompagna, conduce, perché ogni pietra è parte della sua storia. La sua presenza è quella di chi ha attraversato ogni angolo, ogni svolta, ogni stagione del paese. Anima dell’associazionismo locale, da anni lavora per tenere Cleto vivo. Non solo durante il Cleto Festival, ma ogni giorno, costruendo con altri giovani una rete che offre servizi, accoglie viaggiatori, propone esperienze pensate per chi cerca emozioni e riconosce il valore del viaggio lento e meditativo. Una filosofia che si avverte nell’aria, come un respiro che accompagna il cammino. «Guarda come si incunea il vicolo nel sottopasso» dice indicando il punto in cui il percorso coperto si stringe sotto le abitazioni tra case incastrate l’una sull’altra. «Qui passavano tutti. Oggi ci passano quelli che hanno scelto di restare o di tornare». Molte di quelle case, racconta, sono state acquistate da stranieri che non hanno resistito al fascino del borgo. Hanno rifatto gli infissi, messo piante alle finestre, aperto attività. Segni di cura che accompagnano il viaggiatore nella salita verso il castello. Davanti alla vecchia chiesa ai piedi di Petramala, Ivan si ferma. «Questa l’ha comprata un imprenditore. Il primo restauro l’ha riportata a respirare». Poi ci mostra il grande portale che un tempo segnava l’ingresso secondario del castello e le cisterne disseminate nel terreno. «Ne abbiamo censite almeno ottanta in tutto il borgo. Prima conservavano grano, un sistema di approvvigionamento bizantino precedente all’incastellamento. Gli archeologi dicono che in seguito vi si conservò acqua e si sono ritrovati persino contenitori per liquirizia. Sono la memoria profonda del paese». Oggi, dove c’erano granai e mulini ad acqua, ci sono ulivi. Duecentoventimila piante con tredici frantoi e un paesaggio ridisegnato dal lavoro e dal tempo. E mentre scendiamo, Ivan apre un altro capitolo. «A pochi chilometri c’è Savuto, un castello angioino costruito da Carlo I d’Angiò nel XIII secolo per controllare la vallata fino al mare. Le prime fonti lo chiamano Castrum Sabuci.» La struttura si impone con la piazza d’armi, ottocento metri quadrati, un recinto fortificato che ospitava esercitazioni militari, parate, raccolta delle truppe e dei pezzi d’artiglieria. Il poderoso torrione circolare corrisponde al punto più alto del castello. «Era un presidio. Oggi, finalmente, si può visitare.» Savuto è la parte aspra del paesaggio, una presenza che non chiede nulla e che pure racconta tutto. Quando la discesa si apre di nuovo sulla valle, il borgo sembra allontanarsi e invece resta. Cleto resta nella memoria con l’andatura antica del suo paesaggio, come quei luoghi che non si chiudono alla mente quando li si lascia ma continuano a tornare, silenziosi, ogni volta che la vita ti chiede di andare piano con un passo ritmato che si accorda al silenzio e vive la calma delle sue pietre.