
Riceviamo e pubblichiamo la nota a firma di Domenico Mazza per il Comitato Magna Graecia.
Non si può più guardare al cielo con rassegnazione, come se fossimo spettatori inermi di una tragedia già scritta. Il fango che oggi soffoca la Sibaritide, non è figlio del destino, ma di un’incuria che ha superato ogni limite di decenza. Quanto accaduto alla foce del Crati non è un episodio isolato: è il fallimento annunciato di un sistema che ha trasformato la prevenzione in una parola vuota e la gestione del territorio in uno stancante scaricabarile istituzionale. Il grande fiume non è un nemico: è un corso d'acqua che reclama i suoi spazi. Non possiamo più ignorarlo.
Una geografia invertita: il fiume sopra la terra
Il dato tecnico, da tempo denunciato, è agghiacciante: in diversi tratti, il letto del Crati è quello di un fiume pensile. Ormai, l'alveo è più alto dei terreni circostanti. È un paradosso idraulico nato da decenni di immobilismo, dove l'assenza di dragaggi e la mancata rimozione dei sedimenti hanno invertito l’ordine naturale delle cose. Non è più un fiume che scorre nel suo letto, ma una minaccia che incombe sopra le teste di agricoltori, imprenditori e famiglie. Quando il volume delle acque si ingrossa, ogni pioggia smette di essere vita e diventa una sentenza di condanna per la nostra economia.
Il peccato originale: l’alveo trasformato in frutteto
Sarebbe imparziale, e intellettualmente disonesto, puntare il dito solo verso i palazzi del potere. Luoghi, quest'ultimi, deputati al controllo dei bacini fluviali e che, da tempo immemore, ne ignorano la forza distruttiva a seguito di eventi climatici inaspettati e improvvisi. Bisogna guardare, anche, al trattamento che l'uomo ha riservato al suolo. Esiste una responsabilità diffusa che ha sfidato le leggi della natura. L’alveo del Crati è oggi soffocato: è stracolmo di agrumeti che hanno occupato spazi naturalmente riservati al deflusso delle piene. Piantare colture intensive fin nel cuore del fiume significa aver barattato la sicurezza collettiva con un profitto immediato, ma, al contempo, effimero. È bene dirlo con chiarezza, se non vogliamo che eventi disastrosi come quello dei giorni scorsi si ripetano nel tempo, l’alveo deve tornare a essere alveo. Senza il coraggio di liberare le sponde e restituire al fiume la sua sezione originaria, ogni opera di ingegneria sarà vanificata dalla nostra stessa invasività.
L’enigma della diga di Tarsia
In questo scenario di fragilità, non si può ignorare il nodo della diga di Tarsia. Non ho le competenze tecniche, né intendo muovere accuse gratuite, specialmente sapendo che l'invaso stava già fronteggiando una situazione di allerta nelle ore precedenti il disastro. Tuttavia, serve una domanda di trasparenza: la gestione dei flussi è stata coordinata con la reale capacità di tenuta degli argini a valle? In una situazione di pieno carico, c'erano margini di manovra diversi? La diga deve essere un baluardo di difesa per la piana di Sibari, non un elemento di incertezza, precarietà e pericolo.
La Politica latitante e il rimbalzo delle competenze
Tra Regione ed Enti locali si assiste all'ennesimo continuum di rimbalzi. Nessuno è mai colpevole, ma il fango entra sempre nelle stesse case. Abbiamo già visto questo film. Ormai, negli ultimi decenni, è un copione che si ripete ciclicamente. E, probabilmente, si ripeterà nuovamente se la Politica, finite le solite e stantie passerelle delle ore successive ai disastri, si girerà dall'altra parte, obliando su quanto accaduto. È bene ricordare che la Sibaritide è una piana alluvionale. Il terreno, nel corso dei millenni, si è sedimentato con l'accumulo dei materiali trascinati a valle dai suoi fiumi principali. È necessario avviare una programmazione di interventi manutentivi per salvaguardare i territori fragili. Non bastano le promesse dei ristori. Serve lungimiranza e prevenzione. Comprendo che la manutenzione ordinaria non consenta di tagliare nastri e celebrare volti davanti alle telecamere, ma i pianti del coccodrillo, a disastro avvenuto, non aiutano nessuno. Anzi, amplificano un distacco, già siderale, tra i Cittadini e la Politica.
Un piano salvezza per la Magna Graecia
Per salvare la Sibaritide, cuore pulsante tra Cassano all’Ionio e la grande Corigliano-Rossano, servono interventi strutturali immediati. È necessario avviare un piano di dragaggio e ripristino dell'alveo fluviale. Bisogna riportare il fondo del fiume a quote di sicurezza e liberare le sponde dalle occupazioni improprie. Vieppiù, serve procedere con la realizzazione vasche di laminazione e scolmatori. Le prime a monte per creare bacini di accumulo delle acque da scaricare successivamente ai momenti critici. Così come servono canali diversivi in prossimità della foce, tanto in agro di Cassano quanto in quello di Corigliano-Rossano, che fungano da bypass nei momenti di massima piena. Infine, necessita una strategia di difesa della memoria storica. Mettere in sicurezza l'area archeologica, proteggere Sybaris, Thurii e Copia, significa proteggere la nostra identità. Se permettiamo al fango di sommergere la nostra storia, non avremo più futuro.
Una nuova teologia del territorio
Il territorio è ora davanti a un bivio. Da una parte la rassegnazione; dall'altra il coraggio di pretendere che il Crati torni ad essere una risorsa e non una minaccia. Chiaramente, bisogna stare dalla parte della sicurezza e della dignità di una terra che non può più accettare di essere sommersa dall'incuria. La politica non è solo gestione del potere, ma è — o dovrebbe essere — una forma di carità laica e di protezione dei più deboli. La mancanza di manutenzione non è un semplice errore amministrativo: è un peccato di omissione verso le generazioni future. Le Classi Dirigenti sono chiamate a battere un colpo e a farlo adesso. Soprattutto, prima che il fiume ignorato invada nuovamente i sacrifici delle persone.
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