La lotta alla mafia con il prof Costabile: l’impegno, i valori e l’esempio per educare al bene

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Giancarlo Costabile, ricercatore Unical

Le missioni si svolgono senza impegno di denaro pubblico e che, a parte una piccola quota di partecipazione richiesta agli studenti, il resto del denaro necessario per viaggio e pernottamenti Costabile lo mette di tasca propria

  06 giugno 2022 14:45

Da 11 anni Giancarlo Costabile, docente dell'Università della Calabria, è impegnato in quella che considera una vera e propria missione: insegnare ai suoi studenti come si combatte la mafia mostrando loro esempi concreti. Un impegno rivolto agli educatori del futuro, perché si tratta di giovani che studiano Scienze della formazione. Costabile, ricercatore universitario, insegna Pedagogia dell'antimafia, una disciplina unica in Italia che ha difeso con le unghie e con i denti dagli assalti dei "baroni", e che si svolge non soltanto in aula, ma anche e soprattutto sul campo, con visite nelle "capitali" della mafia e nei luoghi del maggiore degrado in cui le organizzazioni criminali arruolano i loro soldati e dove, tuttavia, non mancano esempi di riscatto. Dunque, non solo lezioni tenute da giornalisti, magistrati, uomini delle forze dell'ordine conosciuti per il loro impegno contro il crimine organizzato e non o imprenditori che hanno denunciato il racket, ma anche trasferte a Palermo, Scampia, San Luca, Gioia Tauro, Locri per toccare con mano gli effetti devastanti della criminalità, ma anche l'impegno in cooperative e aziende sorte su terreni confiscati alla 'ndrangheta, alla camorra e alla mafia.

Un caso unico, se si considera anche che le missioni si svolgono senza impegno di denaro pubblico e che, a parte una piccola quota di partecipazione richiesta agli studenti, il resto del denaro necessario per viaggio e pernottamenti Costabile lo mette di tasca propria.

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"La prima iniziativa - racconta all'AGI - fu fatta sotto forma di seminario, non esisteva una progettualità didattica. Non c'era un corso, chiamiamolo così, né di educazione alla legalità né di pedagogia dell'antimafia, c'era semplicemente un percorso seminariale. Dopo una serie di discussioni e interne all'ateneo, con dei colleghi, la prima iniziativa formale il 23 di maggio del 2011". Primo relatore fu don Pino Demasi all'epoca portavoce regionale di libera che ha dato vita a delle cooperative agricole su terreni confiscati nel Reggino.

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"Io insegnavo storia della pedagogia; organizzammo l'evento con il compianto professor Michele Borrelli. Il tutto - spiega ancora - nacque come riflessione sull'educazione alla cittadinanza e alla legalità all'interno di corsi tradizionali di pedagogia. Facemmo quest'iniziativa nel giorno dell'anniversario della strage di Capaci. Successivamente io e Borrelli decidemmo di proporre un calendario di seminari all'interno dei nostri corsi".
    Nei mesi e gli anni successivi l'impegno si è consolidato con il contributo di figure di riferimento nella lotta alla criminalità, "non per parlare di educazione alla giustizia in maniera astratta o educazione alla legalità per cui - dice Costabile - nel novembre di quello stesso anno portammo i ragazzi a vedere i beni confiscati per far fare loro un'esperienza concreta su ciò nei territori stava accadendo nel contrasto alle mafie, sugli strumenti disponibili. E questo non solo attraverso i racconti in aula, perché l'università purtroppo è autoreferenziale, ma vivendo in prima persona esperienze di successo. La cooperativa La Valle del Marro di don De Masi fu la seconda cooperativa in Italia a nascere su beni sottratti alla mafia". Ma perché rifiutare il contributo pubblico? "Costruivamo  - dice il professore Costabile - un percorso di memoria, di denuncia e lo facevamo per le vittime di mafia. Ci è sembrato metodologicamente corretto fare un'operazione di rottura con quello stesso sistema politico e istituzionale compromesso con le mafie. Un modo per essere liberi da condizionamenti. Abbiamo visto morire Falcone, Borsellino Chinnici, Pippo Fava, gente che denunciava le infiltrazioni della mafia nel tessuto non soltanto produttivo, ma anche in quello dello stato. Abbiamo scelto di non prendere sovvenzioni e io ho continuato a investire i soldi personali dello stipendio. Denaro dello stato non ne prenderò mai". Alla didattica fuori dall'aula gli studenti si appassionano.

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