
di FILIPPO COPPOLETTA
Lo Stato ha fallito nel suo dovere di custodia e protezione. È questo il principio cardine della sentenza emessa dal Tribunale di Catanzaro, Seconda Sezione Civile, che ha condannato il Ministero della Giustizia a risarcire con oltre 400 mila euro complessivi i familiari di Fabrizia Germanese, l’agente di Polizia Penitenziaria di 44 anni che si tolse la vita il 31 maggio 2008 mentre era detenuta nel carcere di Castrovillari.
La decisione, firmata dal giudice Mario Rocco Vincenzo, mette fine a una lunga battaglia legale, stabilendo che la morte della donna non fu una fatalità imprevedibile, ma la conseguenza di una serie di gravi carenze organizzative e omissive da parte dell’amministrazione carceraria.
La vicenda di Fabrizia Germanese è segnata da un paradosso drammatico. L’agente era stata reclusa nello stesso istituto dove aveva prestato servizio. Consapevole dell’altissimo rischio di gesti autolesionistici legato al trauma dell'arresto e alla condizione professionale della detenuta, la direzione aveva disposto misure eccezionali: isolamento, "sorveglianza a vista" e la preparazione di una "cella liscia", ovvero un ambiente privo di ogni oggetto che potesse essere utilizzato per nuocere a se stessi.
Tuttavia, l'istruttoria, ha rivelato che quel sistema di protezione si sgretolò in poche ore. Al rientro da un'udienza di convalida, la Germanese non fu perquisita correttamente, permettendole di trattenere i lacci delle scarpe e della tuta. Ma non solo. Nonostante l'obbligo di monitoraggio costante, l'agente addetta alla sorveglianza ricevette l'ordine di allontanarsi per coprire altre esigenze di servizio, lasciando la detenuta sola nel momento critico. Pochi minuti che consentirono a Fabrizia di mettere tragicamente fine alla sua vita.
Un punto nodale della sentenza riguarda la distinzione tra colpa individuale e responsabilità dell'istituzione. Sebbene il processo penale si fosse concluso con l'assoluzione delle singole agenti per "non aver commesso il fatto", il giudice civile ha stabilito che ciò non esonera il Ministero.
Secondo il Tribunale, sulla struttura penitenziaria grava un'obbligazione di protezione nei confronti dei detenuti che deriva direttamente dalla Costituzione. Il mancato rispetto delle procedure di sicurezza, configura una responsabilità oggettiva dell'amministrazione. In sintesi: lo Stato, avendo preso in carico la cittadina privandola della libertà, era garante della sua incolumità e ha fallito nel compito.
Il Tribunale ha così accolto le istanze dei familiari della vittima, riconoscendo il profondo danno da perdita del rapporto parentale. Citando riflessioni psicologiche e giuridiche, il provvedimento del magistrato spiega come il dolore per la perdita di un congiunto non è qualcosa che svanisce con il tempo attraverso una "elaborazione". Al contrario, è una ferita che trasforma la vita dei sopravvissuti, una "modificazione delle attività quotidiane”, una cicatrice emotiva destinata a perdurare.
Il risarcimento stabilito — che oscilla tra i 96.000 e i 113.000 euro per ciascun familiare — non è dunque un prezzo dato alla vita umana, che resta inestimabile. Piuttosto, è un atto di riparazione per la lesione di quel legame affettivo che lo Stato aveva il compito di preservare, garantendo l'incolumità della detenuta.
Una sentenza che ribadisce un principio di civiltà giuridica: la sicurezza all'interno delle carceri non è un optional, ma un dovere inderogabile dello Stato, specialmente quando la fragilità del detenuto è nota e segnalata.
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797